Luci libere

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Il titolo propone un evento, o meglio tanti eventi, perché non è di luce in generale che Antonia parla ma di luci che si posano dove vogliono, perché vengono dalla natura e non dall’opera dell’uomo, perciò sono «libere». La prima luce è quella bianca del sole di gennaio, come conferma la data apposta dall’autrice alla fine del testo poetico.

Il “sole bianco” compone lo sfondo di un quadro che sembrerebbe stampato, fisso, immobile. La luce di una giornata d’inverno, fredda come può essere fredda in gennaio, è quasi una luce che spaesa, che fa smarrire lo sguardo e lo fa perdere negli spazi che si dilatano mano a mano che essa cresce annullando ogni confine. Ma proprio questa luce bianca, mentre annulla le cose lontane, avvolge e accarezza le piccole cose vicine e dà vita alle “donne di bronzo” dei monumenti.

Dove si trova Antonia? Forse in un cimitero? O nei pressi di una villa? Non lo sappiamo e non ci interessa più di tanto. Ci stupisce, invece, la novità e la freschezza dell’immagine, la trasfigurazione inattesa delle statue da figure fissate nella materia scura e dura e inerte, che sa di morte, in donne vive, tanto più donne e tanto più vive per la dote che le qualifica in modo esclusivo: la tenerezza. Come ha potuto Antonia trovare il termine “intenerisce”, così in contrasto e così lontano dalle parole “monumenti” e “bronzo”? È stata soltanto la luce bianca del sole a far sciogliere le membra rigide e morte delle “donne di bronzo” o non è stata la tenerezza che abitava nel profondo del cuore di Antonia?

Questa trasfigurazione visiva dalla durezza e dall’insensibilità del bronzo alla tenerezza si avverte anche nel ritmo dei due versi iniziali, dove il verbo “intenerisce” del primo verso si posa con la sua dolcezza sull’andamento deciso e quasi marziale, scandito dagli accenti ritmici sulla quarta, settima e decima sillaba dell’endecasillabo che forma il secondo verso. Antonia sembra tutta presa a fotografare o a filmare le protagoniste mentre sciolgono le membra nel bianco risveglio.

Invece, alla seconda strofa, è lei che entra in scena, in prima persona, con i suoi desideri, con i suoi sogni; sogni e desideri di un mondo tutto suo, lontano dalle “case”, da una realtà che forse la stringe troppo da vicino e vorrebbe costringerla a non essere se stessa, come le era successo nel 1933, quando aveva scritto la poesia Il volto nuovo, un volto attribuitole dagli altri e che lei rifiutava perché era una maschera nella quale non si riconosceva. Quelli di Antonia sono sogni di semplicità e di libertà: quelle che si respirano nella campagna, animata dalla fatica degli uomini e delle donne, dai giochi e dalle grida festose dei bambini nei fossi pieni d’acqua, dai colori tenui dell’aurora, dal dondolio dei pioppi che si specchiano nell’acqua dei fossi, quasi a prender parte anch’essi alla felicità dei bambini. Nel luglio del 1938, Antonia scrive alla sua amatissima Nena, la nonna Maria Cavagna Sangiuliani: “Mi accorgo che tutta la vita di città, di lusso, di movimento non ha lasciato su di me alcuna traccia, non ha per me nessuna importanza, la potrei perdere dall’oggi al domani senza dir ahi!: quel che non posso perdere è questo paese e questa casa, questi costumi di cotonina a fiori che sono più belli di tutte le «toilettes»”. E si riferisce alla casa di Pasturo, da dove scrive, e ai costumi delle donne del luogo.

Il 1938 è per Antonia l’anno delle speranze riposte nell’amico Dino Formaggio: speranza di un amore vissuto già quasi come certezza di vita semplice, umile, ma ricca di amore. Per questo il verbo è al plurale: “correremmo nel vento gli stradali…”. Il condizionale, che compare già all’inizio della seconda strofa, “vorresti sparire alle case”, ci conferma nell’idea del desiderio e del sogno, cui si frappone un “ma…”, un ostacolo o un impedimento da superare; così “correremmo” presuppone una condizione, quella di essere insieme. Solo in due si può correre dietro un vecchio organetto, spensierati e felici come i bambini che infuriano nell’acqua dei fossi. Sarebbe il segno della massima libertà, del “cuore scalzo”, che non ha paura dei giudizi e dei pregiudizi, tanto esso è libero e puro e raggiante di felicità, pronto a donarsi, trattenendo per sé solo “laceri pesi di gioia”: attimi strappati al dolore perché trasfigurati dall’amore. E anche questi attimi, forse soprattutto questi attimi, sono “luci libere” che illuminano la vita e il suo futuro.

 

                                                                                                 Suor Onorina Dino




IL GRINZONE n. 70