Due bolle indulgenziali

 



 

Da Roma a Pasturo

DUE BOLLE INDULGENZIALI MINIATE DEL 1851 

PER LA LOCALE CONFRATERNITA DEL SS. SACRAMENTO

 

A documentare l’emigrazione pasturese a Roma, oltre al piviale di seta (di cui oggi non vi è più traccia) donato alla chiesa parrocchiale di S. Eusebio dalla pietas dei pasturesi residenti nella Città Eterna, sono anche due pergamene finemente miniate, oggi conservate presso il locale archivio parrocchiale. Si tratta per la precisione di due bolle1 indulgenziali con le quali Gregorio XIII (Ugo Boncompagni, Bologna 1502 - Roma 1585), papa dal 1572 al 1585, concesse privilegi e indulgenze alla locale Confraternita del Ss. Sacramento, canonicamente eretta il 12 luglio 1581 all’altare maggiore nella chiesa parrocchiale di S. Eusebio. Il pio sodalizio, già istituito da san Carlo quando venne la prima volta in visita il 25 ottobre 1566, verrà poi aggregato nel 1722 alla confraternita della Beata Vergine Maria del Rosario dall’arcivescovo Benedetto Maria Odescalchi e, dopo essere stato soppresso nei tempi turbinosi del governo giuseppino, verrà ricostituito con assenso il 23 giugno 1825 dal Governo austriaco. Procuratore per l’ottenimento delle indulgenze del 1581 da accordare alla confraternita valsassinese fu il pasturese Antonio Merlo, figlio di Ambrogio: “Procurante discreto viro D. Antonio filio D. Ambrosij Merli” (procuratore il distinto signor Antonio figlio del signor Ambrogio Merlo), si legge in calce alla pergamena. Il Merlo faceva molto probabilmente parte di quel gruppo di pasturesi integratisi a Roma, dove si era già trasferito Gian Giacomo figlio di Simone II Arrigoni e padre del cardinale Pompeo, arcivescovo di Benevento.

Le due bolle sono in pergamena stampata e miniata: dopo l’invenzione della stampa a caratteri mobili messa a punto nella seconda metà del Quattrocento da Gutenberg si era diffusa, infatti, l’abitudine di stampare e miniare libri in pergamena, per imitare i manoscritti.

In entrambi gli esemplari pasturesi, vergati dalla stessa mano e miniati dallo stesso artista, il documento indulgenziale si apre con l’invocazione “IN CHRISTI NOMINE” (nel nome di Cristo) seguita dalla clausola augurale “AMEN”. Vengono quindi indicati i nomi degli alti prelati che, in forza di facoltà apostolica ricevuta, concessero privilegi e indulgenze alla confraternita pasturese: il cardinale nonché gran mecenate Alessandro Farnese (Valentano 1520 - Roma 1589), vescovo di Ostia e “protector” della pia e universale Confraternita del Ss. Sacramento nella chiesa di S. Maria sopra Minerva; Giovanni Battista Castagna (Roma 1521 - ivi 1590), vescovo di Rossano, che sarà poi cardinale nel 1583 e papa per pochi giorni con il nome di Urbano VII nel 1590; Giulio Vitellio, chierico della camera apostolica, e il patrizio romano Stefano Crescenzio. Segue il lungo testo dell’indulgenza (61 righe nella prima e ben 99 nella seconda) che si chiude con: a) l’indicazione del tempo e del luogo in cui fu redatto il documento: “Datum Romae in Templo Beatae Mariae supra Minervam in nostra congregatione, sub Anno a Nativitate Domini Nostri Jesu Christi Mille Quingentesimo Octuagesimo primo Indictione2 nona Die vero XII mensis IVLII Pontificatus Sanctissimi in Christo Patris et Domini Nostri GREGORII divina providentia Papae XIII, anno X” (Dato a Roma nel tempio della Beata Maria sopra Minerva nella nostra congregazione, nell’anno 1581, indizione 9, 12 luglio, decimo anno del Pontificato del Santissimo Padre in Cristo e del Signore Nostro Gregorio per divina Provvidenza Papa XIII); b) l’elenco dei testimoni: “Praesentibus nobilibus viris Hieronymo Spannocchio et Laelio Cicada Civibus Romanis Testibus” (alla presenza dei nobili romani Gerolamo Spannocchio e Lelio Cicada come testi); c) le firme di Giulio Vitellio e di Stefano Crescenzio “administrator”, nonché il notaio rogatario dell’atto.


                    


Le due pergamene pasturesi sono molto interessanti da un punto di vista artistico. Presentano, infatti, una ricca e pregevole cornice finemente decorata con tondi intervallati da elementi ornamentali di gusto tipicamente rinascimentale (girali vegetali e candelabre con motivi fitomorfi, vasi, cornucopie e mascheroni). Sono inoltre inseriti vari simboli cristologici, tra cui la croce con gli strumenti della passione, nonché gli stemmi del cardinale Alessandro Farnese (sei gigli azzurri in campo d’oro) e di papa Gregorio XIII (il drago in un ovale con lo stemma sormontato da chiavi decussate a doppio cordone e da tiara). La parte superiore è arricchita, in entrambi i casi, da tre tondi con figure: a sinistra una Madonna col Bambino (cui si aggiunge, in un caso, San Giovannino), la cui composizione richiama modelli del Cinquecento fiorentino come ad esempio Andrea del Sarto (1486-1530); al centro un ovale con due Angeli, che reggono il calice con l’Ostia eucaristica sormontata da un baldacchino processionale ad ombrello, accompagnati da un cartiglio recante le parole “VERBVM / CARO / FACTVM EST” (Il Verbo si fece carne; Gv 1, 14); a destra un santo Vescovo con pastorale e libro in mano che potrebbe essere identificato con sant’Eusebio, patrono di Pasturo.


               


Le due pergamene pasturesi sono altresì importanti e storicamente interessanti per via del loro contenuto: la concessione di indulgenze, espressione della suprema autorità pontificia, che era stata oggetto di durissima critica 64 anni prima quando il 31 ottobre 1517 un monaco e teologo tedesco, Martin Lutero, con le sue 95 “tesi” (della cui “pubblicazione” quest’anno cade il V centenario) aveva dato simbolicamente inizio alla Riforma protestante.


                                                                                     Marco Sampietro

 

* Ringrazio per la consulenza artistica Giovanna Virgilio.

 

1 Così chiamate dal sigillo metallico applicato al documento mediante cordicelle di seta rossa e gialla annodate attraverso piccole aperture nel documento stesso.

2 Il termine “indizione”, che in età imperiale ha il significato di “esproprio” (di tutto ciò che serve all’esercito e alla corte), fu utilizzato, a partire dalla fine del III secolo d.C., per datare l’anno finanziario, che aveva inizio il 1° settembre, e poi come indicazione cronologica corrente utilizzando serie di quindici indizioni consecutive.



IL GRINZONE n.58



L'altra faccia della guerra

  



 

L’ALTRA FACCIA DELLA GUERRA

La storia degli ospedali militari a Lecco e nel Lecchese

Nessuno finora aveva mai scritto una storia degli ospedali militari a Lecco. La ventura è toccata a me, su invito della sezione cittadina dell’Associazione mutilati e invalidi di guerra che ha voluto, con la pubblicazione di questa ricerca, ricordare il centenario della propria fondazione.

E’ stato un lavoro complesso. La mancanza di documenti direttamente ed espressamente riconducibili all’argomento mi ha costretto a peregrinare per quasi due anni tra gli archivi di Lecco, Como, Milano e Roma. Ma credo che alla fine ne sia valsa la pena. Quella che è emersa dopo decenni e decenni di oblio, infatti, è una vicenda tutt’altro che marginale per la vita della città e del suo territorio.

Anzitutto perché, dalla prima guerra d’indipendenza (1848-1849) alla seconda guerra mondiale (per l’esattezza fino all’ottobre 1947), in occasione di ogni conflitto da noi furono in attività ospedali militari.

Pur non essendo stato, nel corso degli ultimi due secoli, al centro di grandi battaglie, a causa della sua posizione geografica il territorio lecchese ha sempre avuto notevole rilevanza strategica. La vicinanza al confine con la Svizzera e la collocazione lungo uno dei più importanti assi di comunicazione tra la pianura lombarda e il nord delle Alpi hanno fatto sì che fosse via via sede di guarnigioni, di presidi, di distretti militari e, di conseguenza, di ospedali militari.

Anche la Valsassina è stata direttamente coinvolta in queste vicende. Sede di stazioni di tappa per le truppe austriache fino oltre metà Ottocento, è dichiarata con tutto il Lecchese “zona di guerra” durante il primo conflitto mondiale (addirittura di “seconda linea” da fine 1917, dopo la disfatta di Caporetto), viene individuata come terreno ideale per le manovre militari nel periodo compreso tra le due guerre e diventa infine uno dei principali teatri di battaglia lombardi durante la guerra di liberazione (1943-1945). Non solo. A ridosso del 25 aprile 1945 e per un lungo periodo successivo, a Balisio, nell’edificio che ora è sede dell’Alva e che all’epoca era colonia per i figli dei dipendenti del cotonificio Cederna di Monza, fu prima allestito un campo di detenzione temporanea per i prigionieri appartenenti alle milizie della Repubblica sociale italiana e poi un centro contumaciale, gestito dal Sovrano ordine di Malta, per militari e civili reduci dai campi di concentramento e di prigionia.

       

Come si diceva, quella degli ospedali militari fu una vicenda importante per il nostro territorio.

Detto della posizione strategica, è da sottolineare la varietà e la complessità dei rapporti che si intrecciarono in quei diversi periodi tra le amministrazioni – cittadine e provinciali – e i comandi militari. Rapporti talvolta proficui, più spesso aspramente conflittuali. Al centro, in epoca asburgica, gli oneri gravanti sugli enti locali per il sostentamento delle truppe; in epoca sabauda, quelli derivanti dalla istituzione e dall’allestimento degli ospedali militari. Oneri che, come è facile intuire, finivano per gravare sui cittadini in aggiunta a quelli, già rilevantissimi, legati alla conduzione ordinaria della guerra.

Ci sono poi altre ragioni, ancor più rilevanti. Soprattutto nel corso delle due guerre mondiali, le vicende degli ospedali militari cittadini – ubicati, tra il 1915 e il 1919, presso le scuole di via Ghislanzoni e, tra il 1942 e il 1947, presso le scuole del Caleotto, oggi sede dell’istituto Badoni – si intrecciarono strettamente con quelle di centinaia, forse migliaia, di lecchesi che si trovarono a prestarvi la loro opera, quasi sempre a titolo volontario. Crocerossine, visitatrici, insegnanti, assistenti, guardarobiere, cucitrici, lavandaie, stiratrici, portantini, oltre naturalmente ai fornitori dell’esercito, ebbero un rapporto quotidiano con gli ospedali e i militari ricoverati che favorì il nascere di relazioni personali e lavorative che in moltissimi casi si prolungarono ben oltre il tempo di guerra diventando stabili e definitive.

Soprattutto, però, con il continuo affluire di militari feriti, mutilati, malati, questi ospedali divennero coscienza tangibile delle conseguenze della follia della guerra. Anche per chi, non direttamente coinvolto, era più restio a prenderne coscienza. Rappresentarono cioè, agli occhi dei lecchesi, l’altra faccia della guerra, quella lontana dalle battaglie, dagli eroismi, dalle epopee, ma tanto più vicina al sentire comune: la faccia fatta di sacrificio, di sangue, di dolore.

Il libro Il capitano l’è ferito, nato come risultato di questa ricerca, vuole essere soprattutto questo: momento di memoria di fatti, persone, circostanze ed edifici che sono parte della nostra storia e che, come tali, non vanno dimenticati.

                                                    
                                                                       Angelo Faccinetto


IL GRINZONE n.59



 

Giobbe Marazzi, parroco di Pasturo

 



 

GIOBBE MARAZZI, PARROCO DI PASTURO DAL 1640 AL 1667

Un prete colto, amante dell'arte e dei libri, amico di artisti e vescovi*

 

Il 10 aprile 1640, all’età di 46 anni, moriva a Pasturo, compianto da tutto il popolo, prete Pietro Platti, figlio di Francesco e di Maria Elisabetta Marchioni. “Adi 10 Aprile” <1640 moriva> – si legge nel registro dei defunti della parrocchia – “il m(olto) r(everendo) Sig(no)r P(rete) Pietro Platti curato vigilantis(si)mo, con pianto e dolore grandis(si)mo di tutto il suo povero popolo sapendo benis(si)mo e conoscendo la gran p(er)dita che faceva”. Era dal 1626 che il Platti reggeva con molto fervore e zelo la cura d’anime del paese ai piedi della Grigna. I suoi quasi quindici anni di ministero sacerdotale furono segnati da eventi sia fausti che infausti: promosse da una parte l’ampliamento e la decorazione della parrocchiale di S. Eusebio che venne solennemente consacrata il 5 luglio 1628 dal vescovo di Bobbio, mons. Francesco Maria Abbiati; visse dall’altra uno dei momenti più travagliati e drammatici della storia del paese, quello della letale epidemia di peste del 1629-30 che, contrariamente a quanto asserito dal Manzoni, ridusse di oltre la metà il numero dei suoi fedeli, provocando il decesso di ben 432 vittime, come risulta dal registro dei morti compilato con gran diligenza dallo stesso parroco.Alla morte di prete Platti fu dunque nominato curato di Pasturo prete Giobbe Marazzi che si insediò con istrumento del 3 giugno 1640, rogato a Lecco da Giovanni Battista Corno dei Longhi, notaio a Castello. Il Marazzi discendeva da una delle più antiche e nobili famiglie di Narro, dove nacque il 23 luglio 1605. Suo padre si chiamava Giovanni e sua madre era Maria Pedrassi da Nesso. Fu “assai pio e benigno”, ascritto fra gli Oblati, come altri valsassinesi tra cui meritano di essere menzionati Marco Aurelio Grattarola di Margno, che fu il postulatore della causa di canonizzazione di S. Carlo (1610), nonché il compaesano Ambrogio Torriani che salirà nientemeno che al soglio episcopale della diocesi comasca che reggerà dal 1666 al 1679. Dal 1633 il Marazzi esercitò il suo ministero sacerdotale nel paese natio dove, tra l’altro, nel 1658 fondò nella chiesa parrocchiale di S. Martino la cappellania della B.V.M. del Rosario nell’omonima cappella, sede della confraternita eretta nel 1576. Eletto poi parroco di Pasturo, vi morì il 31 gennaio 1667 e fu sepolto nella chiesa parrocchiale. “L’anno mille sei cento sessanta sette Adi trentuno Genaro” – si legge nel registro dei morti – “si e data sepoltura al q(uondam) m(o)l(t)o Rev(eren)do Sig(nor) P(rete) Job Marazzi Curato già di Pasturo con l’intervento de Sacerdoti n° 15 havendo riceuto tutti li santi Sac(ramen)ti bisognosi et racomandatoria d’anima”. Prete Marazzi assegnò cento scudi alla chiesa pasturese che dotò, nel 1645, di molte reliquie (ben 24), fatte venire da Roma ed estratte dalle catacombe di S. Callisto, nonché donò alla parrocchia un quadro ad olio raffigurante il patrono S.Eusebio a mezza figura con mano alzata in segno di benedizione che ora si trova nella terza campata della chiesa parrocchiale.
Oltre che essere un sacerdote pio e ben voluto da tutti, prete Marazzi fu, al pari di altri suoi ‘colleghi’ come l’arciprete di Morbegno, Giovanni Battista Castelli di Sannazzaro, un colto nobile ecclesiastico, ben inserito nel clima culturale e artistico milanese del maturo Seicento, come dimostrano la sua quadreria e la sua ricca biblioteca che illuminano sui gusti artistici del personaggio, sulle sue conoscenze e sui suoi rapporti personali. Nell’“Inventario delle robbe esistenti nella sua casa al momento della morte” (Archivio Parrocchiale di Indovero, Fabbrica, serie 1.6.1.1.1., cart. 8, fasc. 1), sono elencati, in modo estremamente generico, numerosi quadri che, allo stato attuale delle conoscenze, risultano in gran parte andati dispersi. Nella sala c’erano, tra i beni mobili e immobili, ben 24 quadri tra grandi e piccoli, e segnatamente: “un S. Antonio di Padoa, una Madonna, un altro della Madonna e S.Gioseffo, S.Gio(vanni) Batt(ist)a, S.Agnese, il Sig(no)re e S.Pietro, S.Gieronimo, una Madonina, un Volto S(an)to, una Madonna con il figlio, S(anc)ta Cattarina […], Agnese grande, S.Eusebio, il card. Fed(erico), una Madonna indorata, il mio ritratto, un Annontiata, un S.Steffano, una Madonna con il figlio e S.Gio(vanni) indorata, una Madonna longa, un S.Job, una Madonna picciola, una Madonna con il figlio e due s(anc)te”. Nella camera da letto si trova l’indicazione di un “quadretto della Madonna, un quadro di S(acn)ta Maria Maddalena, di S.Agata, di S.Cattarina da Siena, una Madonna, un S.Martino, una Madonna e il Signore […] un quadro della Madonna, et uno di S. Vittore. […] il quadro della Concezione”. Anche se privi di indicazioni attributive, alcuni dei quadri superstiti potrebbero essere senz’altro riconducibili alla mano di Luigi Reali (Firenze, 1602 – post 1660), artista girovago, molto attivo in Valsassina negli anni tra il 1643 e il 1660. Il pittore fiorentino lavorò in diverse chiese della Valsassina (Barcone, Barzio, Codesino, Margno, Pasturo, Premana) e fu amico dello stesso Marazzi che nel 1644 gli commissionò il proprio ritratto, firmato sul retro della tela con il monogramma “ALR” e corredato in alto dall’iscrizione: “P(res)B(yte)R JOB MARAZZIVS, OBLATVS, PAROCHVS PASTVRY ET BAIEDY AETATE 42 A(nn)° 1644”.
Questa tela, che si trova nella casa parrocchiale di S.Martino a Indovero, frazione di Casargo, non è l’unica testimonianza dell’attività ritrattistica del Reali: a lui, infatti, è assegnato su basi stilistiche anche il dipinto raffigurante il curato Giovanni Battista Torriani di proprietà della parrocchia di S.Giovanni Evangelista a Lecco, come recentemente supposto da Giovanna Virgilio (Aggiornamenti sulla ritrattistica di Luigi Reali con un breve accenno a una raccolta novecentesca di fotografie, in “Arte Lombarda”, fasc. 1, a. 2015, pp. 167-172). Oltre all’effigie del Marazzi, tra i numerosi quadri elencati nell’inventario, è sicuramente del Reali anche il ritratto del “card. Fed(erico)” che era conservato nella camera dello stesso prete valsassinese e che oggi è tuttora esistente nella casa parrocchiale di Indovero, nonché la bella Madonna col Bambino conservata ora sulla parete sinistra del presbiterio (sopra la porta che conduce in sacrestia) della chiesa di S. Rocco a Narro.
Oltre alla quadreria, il Marazzi, prete di buona cultura e di buona dottrina, si dedicò anche alla raccolta di libri. Non a caso nel ritratto realizzato dal Reali il presule si fece rappresentare con un volume in mano. La biblioteca del parroco Marazzi era composta da ben 148 volumi, sia a stampa che manoscritti, per lo più di contenuto religioso-dottrinale fatta eccezione per le opere di Virgilio (Bucoliche, Georgiche ed Eneide). Dei 148 volumi elencati nella “Nota de libri che io curato d’Indovero Domenico Merlino ho trovato, e riceuto in consegna dall’heredità del signor prè Job Marazzo” (Archivio Parrocchiale di Indovero, Beneficio 1.4.2., cart. 5, fasc. 9), allo stato attuale si sono conservate solo cinque cinquecentine e quattordici seicentine, come si legge nel Regesto dell’inventario dei documenti dell’archivio parrocchiale di San Martino di Indovero con Narro, compilato da L. Pelegatti nel 2004.

Prete Marazzi non fu soltanto amico di artisti come il Reali, ma fu anche intimo amico del vescovo di Como, il compaesano Giovanni Ambrogio Torriani, figlio di Giovanni Battista e di Apollonia Mascari di Cortenova, nato a Indovero il 23 novembre 1615. Quando fu eletto vescovo nel 1666, ci fu una gran festa in Valsassina: “12 novembre 1666. – ci riferisce Giuseppe Arrigoni nelle sue Notizie storiche (p. 327) - Più si mette per dinari spesi per aver comprato tanta polvere de schiopo per far honore et Reverenza al M. R. Off. Mons. Vescovo Toriano di Como, nativo della terra d’Indovere, figliolo q. s. Gio Batista Toriano et avemo fato un Gran Fallo (falò), cioè un focho grandissimo sopra il monte di Corine al piazolo de Vendola con tutti li homeni d’Indovere: monta in tutto L. 12-3”. E ancora: il Marazzi celebrò una messa “per ringraziar Dio per l’esaltazione al Vescovato di Como, di Mons. Torriano”, come si legge in un registro, con la data 30 agosto 1666. Devotissimo del vescovo, il Marazzi, morto nel gennaio 1667, gli legò la propria pelliccia di pelle di volpe, che venne consegnata effettivamente al destinatario: “La Pelliza di pelle di Volpe hà lasciato il suddetto Testatore che si dasse à Monsignor Ill.mo Torriano, et così si è data” (Archivio Parrocchiale di Indovero, Beneficio 1.4.2., cart. 5, fasc. 9).


                                                                            Marco Sampietro

 

* Un particolare ringraziamento va a Giovanna Virgilio che mi ha fornito preziosi consigli e mi ha gentilmente messo a disposizione la sua raccolta di fotografie realizzate in occasione di una ricognizione delle opere d’arte esistenti nel territorio lecchese, promossa negli anni sessanta del Novecento dall’allora Azienda Autonoma di Soggiorno e Turismo di Lecco.

 

IL GRINZONE n. 54



Un legame oltre le distanze

  



  

UN LEGAME OLTRE LE DISTANZE

I doni degli emigrati pasturesi in Sicilia, Roma e Venezia

alle chiese del paese d’origine


Anche Pasturo, come altri paesi della Valsassina, fu toccato nei secoli passati dal diffuso, quanto ancora poco indagato, fenomeno sociale della emigrazione, dovuto alla esigenza di trasferirsi altrove in cerca di un lavoro più redditizio o di una vita migliore ma spesso per sopravvivere alle difficili condizioni locali.

L’emigrazione pasturese, documentata fin dal XVI secolo, ebbe soprattutto come destinazione la città di Venezia con la sua Repubblica, tanto da essere la meta più ‘gettonata’ dal grosso del flusso migratorio non solo pasturese ma anche valsassinese (si pensi, tanto per fare un esempio, al caso della vivace e numerosa colonia premanese a Venezia, indagata di recente da Enrico Ratti Taparéi, discendente da una famiglia di fabbri e ramai trapiantata nella città lagunare dalla seconda metà del Cinquecento). 

  

Altre mete dell’emigrazione valligiana furono terre più o meno lontane: Bergamasco, Bresciano, Torino, Roma, Napoli e, nel caso specifico di Pasturo, anche la Sicilia, un fatto per nulla consueto. Lo spostamento di emigrati dalla Valsassina nel regno di Sicilia è, infatti, allo stato attuale delle ricerche, una prerogativa esclusiva di Pasturo, mentre è ben attestato sulla sponda occidentale del Lario, dove in quasi tutte le chiese altolariane sono custodite preziose suppellettili sacre in oro e in argento (calici, ostensori, crocifissi, reliquiari), oltre alle cosiddette “gioie” portate da Palermo (gioielli devozionali, come corone del rosario, nonché monili d’oro e d’argento, come anelli, orecchini, fibbie ecc.) custodite con cura nelle varie famiglie.       

documentare l’emigrazione valsassinese, oltre a testamenti e a dispense matrimoniali, sono proprio questi preziosi donativi che gli emigranti inviavano alle rispettive parrocchie per attestare la salda e costante presenza di legami con il proprio borgo identificato idealmente con il “campanile”. Le donazioni in generale, quando non finanziavano la costruzione o la ristrutturazione di chiese intere, erano finalizzate all’acquisto di suppellettili per il servizio liturgico, con prevalenza di argenti, come calici, pissidi, ostensori, servizi d’altare (candelieri e croci, reliquiari, coperte di messale, turiboli e navicelle), che consentivano, per le loro dimensioni relativamente contenute, facilità ad essere trasportati anche a distanze notevoli.

              

Una delle testimonianze artistiche più antiche del flusso migratorio da Pasturo nel regno di Sicilia nel Cinquecento è rappresentata da una tanto preziosa quanto rara coppia di raffinati elaborati argentei, un vero e proprio unicum nel panorama delle argenterie sacre valsassinesi. Si tratta di un servizio per l’incensazione, cioè di un turibolo e della relativa navicella, contenitore per i grani d’incenso così denominato per la sua forma a nave, con allusione alla Chiesa, “nave” che conduce alla salvezza (figg. 1-2). I due elaborati furono realizzati in stile gotico da un abile argentiere della città di Palermo, come si evince dalla iscrizione incisa, su quattro righe, sulla superficie di uno dei due coperchi della navicella: “HOC . TVRIBVLVM / ET . NAVETAM . FECIT / COMUNIS . PAROCHIE / PASTVRIO HABITÃS . IN / RENGO (sic) . SCICILIE (sic) 1577” (fig. 3). Sempre di fattura siciliana sono anche le due custodie destinate a contenere i due sacri argenti: si tratta di due elaborati in cuoio lavorato e decorato, abbellito da sottili fregi dorati impressi a punzone a caldo, lungo i bordi (fig. 4).

                           

Oggetti d’arte dalla Serenissima attestano l’emigrazione pasturese a Venezia. Tra le argenterie sacre veneziane la parrocchia di Sant’Eusebio possiede una croce astile che reca sul nodo l’epigrafe: “FATA DE CARITA DE DEVOTI ABITANTI IN VENEXIA (sic) 1757” (fig. 5); l’elaborato reca pure due tipi di punzonature: il ‘leone in moleca’ e la marcatura di controllo del ‘Sazador in Zecca’ Zuan Piero Grappiglia (le lettere P G separate da un giglio araldico), in carica per la verifica degli argenti fra il 1757 e il 1802. La stessa iscrizione con la data 1757 e gli stessi punzoni si rilevano su un servizio di due cartegloria, cioè di incorniciature atte a esporre sull’altare fogli scritti o stampati con testi invariabili della messa, per facilitare la lettura al sacerdote impossibilitato a leggere il messale in momenti particolari del rito (figg. 6-7). Sulla cartagloria centrale è effigiata sulla sommità un’immagine di Sant’Antonio di Padova di cui i pasturesi erano particolarmente devoti.


                    58 Fig9     58 Fig10


Nella chiesa della Madonna della Cintura la cappella laterale sinistra è dedicata per l’appunto al Santo patavino. Da segnalare nella medesima chiesa è anche una lampada pensile sulla quale è riportata la scritta: “ANNO 1748 / FATA / DI ELE / MOSINE / RACOLTE / DA DEVO / TI ABBI / TANTI IN / VENEZIA” (figg. 8-9-10). Si notano, ripetute, le marcature con il ‘leone in moleca’ e il contrassegno del ‘Sazador in Zecca’ Zuanne Premuda (le lettere Z P separate dal profilo di un volatile).

E per finire a documentare l’emigrazione pasturese a Venezia è un cucchiaino d’argento fuso che riporta sul verso l’iscrizione “1751 / VENETIA” relativa alla data e al luogo di esecuzione dell’opera e sul diritto l’effigie di Sant’Antonio di Padova (figg. 11-12)

Altre argenterie sacre di fattura veneziana sono state recensite in altre parrocchie della Valsassina: Cortenova, Introbio, Primaluna e Taceno. 
L’emigrazione pasturese a Roma è documentata, come ci riferisce l’Orlandi, da “un ricco piviale di seta rossa e d’oro, di origine romana, come attesta il cartiglio intessutovi: Romanorum pietas”.

In conclusione, questi doni hanno un intrinseco valore religioso; sono un’espressione di identità espressa attraverso l’attaccamento affettivo alle proprie origini e al gruppo sociale di provenienza; e sono testimonianza di un forte senso di partecipazione con l’aggregazione in confraternite in vista di un sostegno reciproco.
Con queste brevi note si è voluto incominciare a valorizzare e far conoscere questo prezioso patrimonio di fede e di arte in vista di uno studio più approfondito sul fenomeno dell’emigrazione, a cui sono legati secoli e secoli della nostra storia, con una inevitabile ricaduta anche sulla valutazione delle nuove emigrazioni oggi nel mondo.

 

                                                                                                    Marco Sampietro


Riferimenti bibliografici

 

 

Sull’emigrazione pasturese

Angelo Borghi, I paesi della Grigna. Episodi dello sviluppo di Pasturo, in Andrea Orlandi, Memorie di Pasturo e Bajedo in Valsassina, Comune di Pasturo, Pasturo 1995, pp. 327-332.

Andrea Orlandi, Memorie di Pasturo e Bajedo in Valsassina, Comune di Pasturo, Pasturo 1995, pp. 62-68.

 

Su argenti e suppellettili liturgiche 

Paola Venturelli, Splendori al Museo Diocesano. Arte ambrosiana dal IV al XX secolo, catalogo della mostra a cura di Paolo Biscottini (Milano 2000), Milano 2000.

Oleg Zastrow, Antiche e sconosciute argenterie veneziane a Taceno, in “Archivi di Lecco e della Provincia”, a. XXXV, dicembre 2012, pp. 37-49.

Oleg Zastrow, Antichi cuoi lavorati e decorati. Un patrimonio artistico derelitto e ignorato, in “Archivi di Lecco e della Provincia”, a. XXIX, ottobre-dicembre 2006, pp. 47-63.

Oleg Zastrow, Antichi e unici argenti siciliani in Valsassina. La confutazione di errati giudizi storico-artistici sugli argenti di Pasturo, in “Archivi di Lecco e della Provincia”, a. XXVIII, aprile-giugno 2005, pp. 43-53.

Oleg Zastrow, I due unici argenti siciliani presenti nelle parrocchie del Lecchese. Chiarimenti e aggiornamenti critici, in Il tesoro dell’isola. Capolavori siciliani in argento e corallo dal XV al XVIII secolo, 2 voll., a cura di Salvatore Rizzo, catalogo della mostra a Praga, Maneggio del Palazzo Wallestein (19 ottobre-21 novembre 2004), Catania 2008, vol. I, pp. 86-93.

 

IL GRINZONE n.58 

 

 

Spigolature archivistiche

 



 

Spigolature archivistiche

VITA QUOTIDIANA E RELIGIOSA NELLA PASTURO DI META' SEICENTO ATTRAVERSO LE POSTILLE DI PRETE MARAZZI

 

Già sulle pagine di questo periodico abbiamo avuto modo di parlare di prete Giobbe Marazzi, parroco di Pasturo dal 1640 al 1666, mettendo in evidenza il suo alto spessore culturale: uomo amante delle lettere e dell’arte (vd. “IL GRINZONE”, XV [54 – marzo 2016], pp. 12-14).
Vogliamo ora soffermarci sul suo zelo pastorale che emerge in modo sia pure bonario e spontaneo dalle postille vergate di suo pugno sul registro dei morti della parrocchia che va dal 1640 al 1666. A ciò è da aggiungersi la testimonianza di prete Gerolamo Marchioni che in un opuscolo stampato più di cento anni dopo la morte del Marazzi e intitolato “Memoria sull’erezione della cappellania del SS. Rosario di Pasturo”, definisce prete Marazzi “benigno e caritatevole”, per contrapporlo al parroco Manzoni “superbo e intrattabile”.
Ma veniamo ora alle postille del registro che ci offrono spaccati di vita quotidiana e di attenzione pastorale nella Pasturo di metà Seicento.
Prete Marazzi non si limita, innanzitutto, a registrare le generalità del defunto e il suo status sociale e religioso (se confessato e comunicato, se ha ricevuto o meno il viatico) ma aggiunge spesso e volentieri informazioni relative al decesso e a tre annotazioni che denotano la sua premurosa cura d’anime.

 



Preoccupato com’è per la salvezza dell’anima dei suoi parrocchiani, prete Marazzi ci tiene a precisare ogni volta se il morituro ha ricevuto o meno il viatico ricorrendo all’espressione latina “habuit omnia sacramenta” (ricevette tutti i sacramenti). Ma ciò non è sempre stato possibile per i motivi più disparati. Ecco qualche esempio. Il 17 ottobre 1641 muore Domenica moglie di Giovanni Ticozzelli “quale ho confessato per forza e dato l’olio santo ma non si è voluta comunicare perché haveva paura di morire”. Il 4 maggio 1642 muore Eusebio Marchioni “il quale ha hauto l’olio santo dicendo che si sarebbe poi confessato” ma non si sa poi se l’abbia fatto. Il 19 febbraio 1645 muore “Helisabetta moglie di Ambrosio Bergamino confessata e comunicata in Chiesa dodeci giorni fà e poi l’hanno lasciata morir senza avisar altro”. Il 19 dicembre 1649 passa a miglior vita Caterina moglie di Domenico Prandi “confessata ma non si è potuta comunicar per haver un cattarro che non poteva ingiotire, l’ho confessata io otto giorni sono in chiesa ma non si è potuta comunicar, e poi alli 18 la confessò il Signor curato di Barsio in mia assenza essendo andato a confessar le Reverende Monache di Castello”. Nell’aprile 1650 prete Marazzi è a Milano al Concilio Provinciale e non può quindi celebrare l’ufficio da morto dei suoi parrocchiani morti in quel torno di tempo. A fine anno, il 25 dicembre, muore Ambrogio figlio di Calimero Voltolino: era un soldato, prete Marazzi lo confessò a letto ma non lo comunicò, cioè non gli fece fare la comunione “impedito dalla tosse ma dopo la messa di mezza note li corsi, li domandai se voleva reconciliarsi, disse di no, e mentre mandai a pigliar l’olio santo alla mia presenza il sudetto spirò”. E per finire, il 28 febbraio 1654 muore Antonio Orlandi: “lo confessai e poi alle cinque hore di notte li diedi l’olio santo essendo già fuori de sentimenti e così non l’ho potuto comunicare”.
A volte il mancato ricevimento del viatico era dovuto a forze maggiori, come, per esempio, a morti improvvise. Nel 1644 muore Pietro Pedrolo “di morte subitanea”, cioè improvvisa, forse di infarto. Il 20 aprile 1652 vengono celebrate le esequie di Dionisio Dioniso “morto di morte subitanea al fiumicello di Baiedo andando a Pra S. Pietro. Huomo da bene”. Il 24 maggio 1652 muore Simone di Simone Ticozzi “d’doi anni precipitato d’una scala”.
Prete Marazzi registra inoltre anche casi di morte violenta o di parrocchiani scomparsi e ritrovati morti dopo mesi, se non addirittura anni. Il 17 dicembre 1651 muore Francesco Cimpanelli “al quale essendoli stato tirato un archibugiata sopra i monti d’Acquate stete un pezzo al Hospitale d’Acquate dopo fu portato nella Chiesa di S. Jacomo dove subito io lo confessai, feci comunicare dal cappellano e stete in detta chiesa da doi mesi fino alla fine essendo esso sempre stato alieno da sacramenti, essendo più di tre mesi che non ero stato fori di casa di notte Iddio mi mandò al Cantello a confessar le Reverende Monache acciò io non vi fosse mentre morisse e così morse [morì] senza sacramenti”. Il 19 marzo 1649 viene celebrato il funerale di Battista figlio di Francesco Pomalli, “il quale è mancato sin del mese di luglio 1648 ne si è trovato morto se non nel mese di marzo 1649 sopra Barsio in quei sassi”. Il 13 febbraio 1650 fu “trovato morto nel monte di Pasturo da suo figliolo” Francesco Merlo. E ancora. Il 28 giugno 1654 Giovanni Marchioni “quale essendo mezzo amalato andò sopra il monte detto Monteno a lavorare, li venne un accidente e poi disse che li passava ma da lì a un pochetto cascò in terra morto senza pur poter dir parola”. Curioso è il caso di un membro della nobile famiglia gravedonese dei Canova detti Magatti morto il 12 maggio 1652 dopo aver trascorso una vita da eremita sui monti di Pasturo dando qualche segno di squilibrio mentale: “Signor Francesco Canova detto Magatto da Gravedona trovato morto alli 8 detto sopra il Monte di Pasturo quale io domenica passata lo viddi in chiesa divotamente con l’offitio in mano quale lo recitava et come intesi era fuori di sé che pattiva nel cervello ma era tutta matteria di devotione, si confessava spesso, voleva andar frate, faceva elemosine come poi mi fu scritto da Gravedona e si è sepelito con num. 11 di commissione de suoi Signori parenti”.
Prete Marazzi annota anche lo stato miserevole in cui versava la sua comunità parrocchiale quando non solo la nascita che rappresentava una bocca in più da sfamare ma anche la morte potevano diventare degli ostacoli economici insormontabili. È il caso di Angela, moglie del fu Battista Pomalli che, morta il 21 aprile 1642, fu “sepelita per amor di Dio et misso anco la cera per niente per esser suo figliolo tanto povero”.
Dalle postille di prete Marazzi emerge anche un altro dato importante per gli studi demografici: l’alto tasso di mortalità infantile e di morte per parto. Qualche esempio: Giovanna Caterina figlia di Clada Tedesco fraino (cioè “minatore”) di 3 giorni (22 agosto 1645); Domenico Bergamini di 15 giorni (12 marzo 1652); Antonia di Francesco Costadoni di 9 giorni (11 aprile 1652); Giovanna Lucia Orlandi di mesi 3 (24 agosto 1652); Giovanna Cimpanelli d’un anno (31 agosto 1652); Biagio figlio di mastro Bartolomeo Colombo di 15 giorni (1 settembre 1652).
A morire non erano solo i bambini appena nati ma anche le loro mamme nel darli alla luce: Giovanna di Rocco morta di parto il 13 ottobre 1663; Angela Merlo moglie di Ambrogio Costadoni morta il 24 agosto 1665; Caterina Canova moglie di mastro Cristoforo Colombo morta l’11 febbraio 1666.
Prete Marazzi infine registra anche i decessi di alcuni suoi parrocchiani che si trovavano a lavorare fuori paese, ad esempio a Venezia e a Roma, a dimostrazione della vasta corrente migratoria che interessò il paese ai piedi della Grigna dal Cinquecento all’Ottocento. A Venezia (“Venetia”) morirono mastro Pietro Pedrolo (16 settembre 1649), Simone Merlo figlio di Raffaele (13 maggio 1650), i fratelli Antonio e Carlo Arrigoni (4 settembre 1652), Ambrogio Colombo (18 febbraio 1652), “Gioseffo Arrigoni detto Ciapeto (o ciapero) morto in Venetia alli 21 luglio; si è cantata la messa et sonato” (agosto 1663). A Roma morirono il 13 ottobre 1649 Calimero Anesetti “essendo stato amazato alla storta” (la “Storta” è una zona di Roma nell’Agro Romano a nord-ovest della capitale, una antica stazione di posta lungo il tragitto della Via Francigena) e l’11 giugno 1651 Battista Bastianelli.

Leggendo queste postille si tocca con mano lo strato più profondo di una storia fatta di quotidiano. Un quotidiano che nasconde l’azione di Dio, misteriosamente mischiata a quella degli uomini, significata e donata in quei sacramenti frettolosamente annotati a margine.

 

                                                                                         Marco Sampietro


IL GRINZONE n. 56