Baiedo e Pasturo

 

Baiedo e Pasturo

nel Dizionario corografico dell’Italia di Amato Amati

Dopo il 1868 (senza data) e poi tra il 1875 e il 1886 uscirono a Milano dai torchi del prolifico tipografo-editore Francesco Vallardi gli otto volumi del monumentale Dizionario corografico dell’Italia, un’opera enciclopedica riccamente illustrata “con circa 1000 armi comunali colorate” e con parecchie centinaia di incisioni rappresentanti i principali monumenti d’Italia.

A distanza ormai di quasi 150 anni, questo dizionario, che ebbe vasta diffusione, conserva tuttora il valore di un ricco repertorio di accurate notizie, non così facilmente reperibili altrove.

A compilarlo fu il monzese Amato Amati (Monza, 1831 - Roma, 1904), illustre geografo, nonché storico, poligrafo e patriota italiano. Giovanissimo, partecipò alle cinque giornate di Milano del 1848, indi riparò a Torino e poi in Francia, dove si laureò in lettere nel 1852. Rientrato in Italia, fu insegnante di lettere in varie città lombarde e venete e nel 1879 fu nominato provveditore agli studi di Cagliari. Scrisse di pedagogia ma soprattutto di storia e di geografia (tra il 1882 e il 1883 insegnò geografia niente meno che nel prestigioso ateneo pavese). La sua opera maggiore è il grande Dizionario corografico dell’Italia, nella cui erculea compilazione si giovò del contributo di “sindaci, rappresentanze provinciali e insigni geografici e storici”, come nel caso delle voci “Baiedo” (vol.1, p.582) e “Pasturo” (vol.5, pp. 990-991), rivedute e corrette dall’“onorevole Sindaco” di questi due comuni.

L’estensore delle due schede fornisce innanzitutto dati numerici relativi alla superficie dei due borghi valsassinesi e ai loro abitanti (aggiornati con gli ultimi censimenti): si può notare, da un punto di vista demografico, una drastica diminuzione della popolazione a Baiedo tra il 1857 e il 1862. Viene poi fornito un altro dato numerico molto importante in quel tempo: il numero dei militi della Guardia Nazionale che, nata nel regno sabaudo nel 1848 ed estesa nel giugno 1859 alla Lombardia, aveva come scopo quello di difendere lo Statuto e la Monarchia sia dai nemici esterni, sia da quelli interni. La Guardia Nazionale, presente in tutti i Comuni della Valle, fu attiva fino al 1876 quando per legge furono sciolte tutte le Guardie Nazionali: a Baiedo contava 40 militi e a Pasturo ben 154. Un altro dato significativo è che il corpo elettorale nelle elezioni locali era in quegli anni più ampio rispetto a quello delle elezioni politiche, dove aveva diritto di voto solo il 2,5 / 3 % della popolazione totale. Vengono quindi passate in rassegna le ricchezze del territorio: a Baiedo i prati che producono un “fieno eccellente” e i castagneti che danno copiosi frutti, a Pasturo i pascoli montani (che danno il nome al toponimo che deriverebbe per l’appunto dal latino * pastorium, “luogo di pascoli”) dove con il latte di vacche, dette localmente “bergamine”, “si fanno quegli ottimi caci, conosciuti in commercio sotto il nome di stracchini”, nonché le miniere di ferro e piombo. A Baiedo risiede pure una società mineraria, la fantomatica “L’Esploratrice” a cui fa cenno il grande geologo e metallurgista Giulio Curioni (1796-1878), ma di cui non si hanno altre notizie. Segue infine una breve descrizione geografica dei due comuni. Nel caso di Baiedo si aggiungono brevi notizie storiche sulla celebre Rocca, distrutta nel 1513, e sul Ponte di Chiuso, fatto costruire da Giovanni Visconti, già descritto da Paride Cattaneo Della Torre nel 1571 e studiato da Giuseppe Arrigoni in un articolo dal titolo Il Ponte di Chiuso in Valsassina, pubblicato nel “Cosmorama pittorico”, a. IV, n. 12, 1838, pp. 89-90.

 

BAIEDO - Comune in Lombardia, provincia di Como, circondario di Lecco, mandamento di Introbio.

Ha una superficie di 367 ettari.

La sua popolazione nel 1857 era di 217 abitanti (115 maschi e 102 femmine). Secondo l'ultimo censimento (1862) ne contava 162 (maschi 81 e femmine 81), e quindi 44.14 per chilometro quadrato.

La sua guardia nazionale consta di 40 militi, di cui 30 attivi e 10 di riserva.

Gli elettori politici sono inscritti nelle liste elettorali del collegio di Lecco; nel 1863 erano 5.

L'ufficio postale è ad Introbio.

Pel dazio consumo è comune di quinta classe.

Il suo territorio è montuoso e produce pascoli e cereali. Gli abitanti sono tutti impiegati nella pastorizia e nella agricoltura, massime nella coltivazione dei prati, che producono fieno eccellente, e dei castagneti che ordinariamente danno un frutto annuale piuttosto considerevole. In paese risiede una società che fa ricerca di miniere di piombo, ma finora non se ne è aperta alcuna cava. Alcune miniere di ferro già aperte furono abbandonate.

Il capoluogo è posto nella Valsassina, presso ad un impetuoso torrente, che si getta nella Pioverna. Dista 56 chilometri a greco da Como e 14 a borea da Lecco.

Famoso fu il suo castello, ove valorosamente resistette Marco da Caleppio contro al duca di Milano verso la metà del XV secolo, ed ove spesso ebbero sicuro ricovero prepotenti feudatari. Esso fu distrutto nel 1513.

Le fortificazioni si univano al ponte di Chiuso, che era già di due archi, fatto da Giovanni Visconti.

Alcune delle surriferite notizie debbonsi alla cortesia dell'onorevole Sindaco di questo comune.

 

PASTURO - Comune in Lombardia, prov. di Como, circond. di Lecco, mand. di Introbbio.

Ha una superficie di 1739 ettari.

La sua popolazione di fatto, secondo il censimento del 1861, contava abitanti 687 (maschi 359, femmine 328); quella di diritto era di 911.

La sua guardia nazionale consta di una compagnia con 154 militi attivi.

Gli elettori amministrativi nel 1865 erano 95, e 30 i politici, inscritti nel collegio di Lecco.

L'ufficio postale è ad Introbbio.

Appartiene alla diocesi di Milano.

Il suo territorio è specialmente ricco di pascoli montani e conta non meno di 400 baite o cascine pastoreccie, nelle quali si allevano grosse mandre di vacche, o bergamine, dal cui latte si fanno quegli ottimi caci, conosciuti in commercio sotto il nome di stracchini.

In questo territorio si scavano miniere di ferro spatico ed ocraceo, che sono disposti il primo in filoni, il secondo in ammassi o gruppi. Altre volte vi si scavano anche miniere di ferro e piombo.

Pasturo è un piccolo villaggio della Val Sassina, posto sulle falde occidentali del monte Grigna, poco lontano dalla sinistra sponda del torrente Pioverna. Dista 3 chilometri circa a libeccio da Introbbio e 14 da Lecco.

Le sufferite notizie furono rivedute ed approvate dall'onorevole Sindaco di questo comune.

        

                                         Marco Sampietro

Forest nella Pasturo

 

Da terra di emigrazione a terra di immigrazione

 

Forèst nella Pasturo tra Sei e Settecento

Baudien, Clada, Dias, Forer, Ragon, Rouber, Senauro, Toriz. Non sono certo, questi, cognomi tipicamente valsassinesi né tantomeno, sia pure apparentemente, suonano, di primo acchito, pasturesi. Ma basta compulsare i registri anagrafici della parrocchia di Pasturo o, più semplicemente, sfogliare le pagine di Andrea Orlandi, cui si deve quel bello studio storico sulle famiglie della Valsassina, per rimangiarsi la parola.

Non si tratta - è bene chiarirlo subito - di cognomi vivi e vegeti, autoctoni e di vecchia data, come gli storici e indigeni Bergamini, Cimpanelli, Costadoni, De Dionigi, Doniselli, Merlo, Perondi, Pigazzi, Platti, Ticozzi e Ticozzelli, ma di cognomi forèst, cioè “stranieri”, ormai del tutto scomparsi, che hanno però lasciato traccia di sé nelle pagine ingiallite e polverose dei libri parrocchiali e che, proprio per questo, ci consentono oggi di raccontare un’altra pagina pure in parte nota, ma finora forse non ancora adeguatamente indagata, della storia di Pasturo.

Il borgo ai piedi della Grigna, infatti, è stato, nel corso dei secoli, terra sì di emigrazione - come si è cercato di dimostrare sugli ultimi tre numeri di questo periodico - ma al tempo stesso terra di immigrazione. Non solo, dunque, furono i pasturesi a trasferirsi altrove in cerca di un lavoro più redditizio o di una vita migliore, mettendo a disposizione abilità e competenze commerciali e artistiche in un contesto ricco e cosmopolita quale era quello delle mete dell’emigrazione pasturese, ma anche i forèst che per le ragioni più disparate si trovarono a risiedere, temporaneamente o per alcune generazioni, in quel di Pasturo. Si tratta, in quest’ultimo caso, di famiglie sia provenienti dalle terre limitrofe sia da oltralpe.

Tra i forèst di casa nostra, oltre naturalmente alle famiglie degli altri paesi della Valsassina stabilitesi a Pasturo, possiamo ricordare quelle provenienti dalle terre limitrofe come il Lecchese (i Gattinoni, i Sala, gli Spreafico ecc.), la Brianza (i Brigatti, i Buzzi, i Caglio, i Donghi, i Negri, i Velasca ecc.), la Bergamasca (i Baio, i Balsarelli, i Beltranelli, i Bolis, i Bonaiti, i Cardinetti, i Locatelli, i Mazzoleni ecc.), il Comasco (gli Aliprandi di Laino in Val d’Intelvi, i Cironi della Valsolda, i Castelletti, i Minoretti ecc.), la Valtellina e la Valchiavenna (i Fondra, i Pavoni e i Possabella). C’erano poi i Brizzolari, oriundi del Genovesato, gli Hermano di Lecce e i Luchini della Val Sesia.

Tra i forèst d’oltralpe annoveriamo, invece, alcune famiglie di origine spagnola come i Dias, di origine francese come i Baudien e i Ragon, nonché di origine “tedesca” come i Clada, i Forer, i Rouber, i Senauro e i Toriz.

Procediamo con ordine. Cosa ci facevano a Pasturo delle famiglie spagnole? La loro presenza è strettamente legata alla dominazione spagnola dello Stato di Milano e quindi anche della Valsassina, durata dal 1555 al 1706. In questo secolo e mezzo i valsassinesi non solo dovettero pagare le consuete esose tasse ispaniche, che comportavano sempre versamenti annuali per gli eserciti al soldo degli spagnoli, ma furono anche costretti, come altre popolazioni locali, ad aiutare le compagnie in transito foraggiandole e ospitandole e a versare ulteriori tributi. All’inizio del Seicento il “soccorso” agli eserciti e alle varie compagnie transitanti sul territorio comportò ingenti uscite, solertemente annotate dai rappresentanti della comunità. Nel 1632 era alloggiato a Pasturo un Francesco Dias, soldato spagnolo di fanteria del capitano don Alonso de Cardonas, con la moglie Caterina; gli nacquero nello stesso anno due bambine, tenute a battesimo, una dal signor alfiere Pietro Fernandez de Spinosa, l’altra dal signor Vincenzo d’Alfiera con la signora Maria Perez. Ai soldati spagnoli si affiancano anche soldati francesi e fiandresi: nel 1638 fu battezzata Elisabetta di Guglielmo Ragon, soldato borgognone sotto il signor colonnello Rincor, e di Elisabetta di Sarna; padrino il sergente Peron; nel 1629 nacque Pietro da Gerardo Baudien, che era “soldato fiandrese a cavallo sotto il colonnello del Monte Cucullo e il capitano conte d’Alpen”, alloggiato a Pasturo; fu padrino di battesimo Marco Molina, madrina Maria Collina, evidentemente non del paese.

Le famiglie di origine “tedesca” a Pasturo sono legate, invece, all’attività estrattiva molto redditizia in Valsassina: famosi erano i fraini, cioè gli scavatori nelle miniere di ferro, provenienti per lo più dalla Germania e dalla Svizzera.

Elvetici erano, ad esempio, i Forer e i Toriz. I Forer erano in genere svizzeri, per la precisione si tratta di una famiglia patrizia di Poschiavo, originaria però del Liechtenstein e proprio a questo ramo appartiene quel Giovanni Forer, figlio di Baldassarre, che “sposò nel 1672 Lucia Ticozzi, e n’ebbe un maschio e parecchie figlie. Acquistò alcune piccole terre, per un estimo complessivo di soldi 9 e denari 7, le quali, dal 1691 cominciarono a cambiare padrone; e visse fino al 1717. Suo figlio Ambrogio nel 1716 contrasse matrimonio con una Orlandi da Bajedo, ma dimorando a Vigevano, parrocchia di S. Cristoforo. Ignoro se fossero suoi congiunti Battista Isacco e Barbara, che dimoravano a Pasturo nel 1705”. I Toriz, oriundi svizzeri, forse da Disentis nei Grigioni, dimoravano a Pasturo alla fine del Settecento: il cognome ha un’assonanza con Durisch che è un cognome romancio o con Dorizzi (da Doricus) che è un cognome poschiavino DOC.

“Tedeschi” erano, invece, i Clada, i Rouber e, molto probabilmente, i Senauro.

Giovanni Clada era un fraino tedesco al servizio di mastro Giovan Maria Marchioni, marito di Eva Hovir (secondo l’Orlandi) o di “Catterina sua moglie” (secondo l’atto di battesimo). Nel 1646 nacque una bambina, “Giovanna Cattarina”, ma dopo tre giorni morirono lei e la madre. Il cognome “Clada” anche se forse in forma diversa (l’ortografia all’epoca era scelta personale e non imposta dai “grammatici”), è tipico della Germania orientale frammista o più a contatto con le popolazioni slave: i cognomi in - a non sono infrequenti e non è da escludere che si tratti di un cognome toponimo. Il cognome “Hovir” corrisponde ai moderni “Hauer”, “Hauwer”, “Hower”, che derivano da “Holzfäller” che significa ‘spaccalegna’, ‘tagliaboschi’, ‘taglialegna’, ‘boscaiolo’. Il cognome “Rouber” risale chiaramente ai Räuber (come il titolo del dramma in cinque atti di Schiller tradotto in italiano “I masnadieri”) ed è un cognome diffuso al nord e al sud della Germania. A Pasturo è registrato l’atto di battesimo di Giovan Maria nato nel 1641 e battezzato il 10 agosto di quello stesso anno: “Gio. Maria, figliolo di Jacomo Rouber del loco di Piansir della Diocesi di Gabera in terra todesca e di Anna Morta… Questo sopra detto Jacomo habita hora in Pasturo esercitando l’arte over esercitio del fraino”. Un vero e proprio rompicapo è rappresentato dai due toponimi citati: “Piansir” e “Gabera”. “Piansir” pare che non esista da nessuna parte. Il toponimo “Gabera”, invece, viene chiosato come “Città degli Allobrogi, in Savoia, che si chiama ancora Aureliana” nelle numerose quanto inaffidabili edizioni dell’Elucidario poetico di H. Torrentino e M. O. Toscanella. Il toponimo è infatti registrato nelle seguenti varianti: “Gabenna” (1561), “Gabena” (1579, 1585, 1644), “Gabera” (1664, 1667, 1671, 1696), “Galera” (1712, 1756). “Aureliana” era detta un tempo la città di Orléans, che “terra todesca” non è. È quindi fortemente probabile che il nostro “Rouber” (nomen omen) fosse, oltre che ladro (questo è il significato del cognome tedesco), anche bugiardo dichiarando false generalità. E per finire a Pasturo nel 1648 Giovanni Senauro ebbe una figlia: secondo l’Orlandi era un fraino del sig. Giovan Maria Marchioni, e forse tedesco. Il cognome “Senauro” può derivare da “Senn” / “Senner” in un tentativo (maldestro?) di latinizzazione: “Senn” e “Senner” indicano una professione alpina di basso rango: ‘capo d’alpe’ o ‘pastore d’alpe’ (il semplice pastore è detto “Hirt”), ‘casaro’, ‘servo che accudisce il bestiame’, ‘mungitore’. Da qui viene il vocabolo moderno “Senner”, ‘malgaro’, “Sennerei”, ‘malga’ in area tedesca meridionale (Alpi e Prealpi), non al nord né al centro.

Queste note dimostrano che “tutto è il risultato di mescolanze e innesti”. È questa, tra l’altro, la conclusione a cui giunge anche il filosofo Seneca in uno scritto consolatorio inviato alla madre Elvia durante l’esilio in Corsica, negli anni quaranta del I secolo d.C. Dopo aver descritto Roma come una metropoli sterminata e multietnica, condensa in poche righe un mondo intero e una storia di secoli: “farai fatica a trovare una terra abitata ancora dagli indigeni: tutto è il risultato di mescolanze e innesti” (Vix denique invenies ullam terram, quam etiamnunc indigenae colant: permixta omnibus et insiticia sunt). Questo vale anche per Pasturo. Ieri e oggi.

Marco Sampietro

 

 

Ringrazio per la consulenza onomastica Gian Primo Falappi e Arno Lanfranchi.

L'altra faccia della guerra

 

L’ALTRA FACCIA DELLA GUERRA

La storia degli ospedali militari a Lecco e nel Lecchese

Nessuno finora aveva mai scritto una storia degli ospedali militari a Lecco. La ventura è toccata a me, su invito della sezione cittadina dell’Associazione mutilati e invalidi di guerra che ha voluto, con la pubblicazione di questa ricerca, ricordare il centenario della propria fondazione.

E’ stato un lavoro complesso. La mancanza di documenti direttamente ed espressamente riconducibili all’argomento mi ha costretto a peregrinare per quasi due anni tra gli archivi di Lecco, Como, Milano e Roma. Ma credo che alla fine ne sia valsa la pena. Quella che è emersa dopo decenni e decenni di oblio, infatti, è una vicenda tutt’altro che marginale per la vita della città e del suo territorio.

Anzitutto perché, dalla prima guerra d’indipendenza (1848-1849) alla seconda guerra mondiale (per l’esattezza fino all’ottobre 1947), in occasione di ogni conflitto da noi furono in attività ospedali militari.

Pur non essendo stato, nel corso degli ultimi due secoli, al centro di grandi battaglie, a causa della sua posizione geografica il territorio lecchese ha sempre avuto notevole rilevanza strategica. La vicinanza al confine con la Svizzera e la collocazione lungo uno dei più importanti assi di comunicazione tra la pianura lombarda e il nord delle Alpi hanno fatto sì che fosse via via sede di guarnigioni, di presidi, di distretti militari e, di conseguenza, di ospedali militari.

Anche la Valsassina è stata direttamente coinvolta in queste vicende. Sede di stazioni di tappa per le truppe austriache fino oltre metà Ottocento, è dichiarata con tutto il Lecchese “zona di guerra” durante il primo conflitto mondiale (addirittura di “seconda linea” da fine 1917, dopo la disfatta di Caporetto), viene individuata come terreno ideale per le manovre militari nel periodo compreso tra le due guerre e diventa infine uno dei principali teatri di battaglia lombardi durante la guerra di liberazione (1943-1945). Non solo. A ridosso del 25 aprile 1945 e per un lungo periodo successivo, a Balisio, nell’edificio che ora è sede dell’Alva e che all’epoca era colonia per i figli dei dipendenti del cotonificio Cederna di Monza, fu prima allestito un campo di detenzione temporanea per i prigionieri appartenenti alle milizie della Repubblica sociale italiana e poi un centro contumaciale, gestito dal Sovrano ordine di Malta, per militari e civili reduci dai campi di concentramento e di prigionia.

Come si diceva, quella degli ospedali militari fu una vicenda importante per il nostro territorio.

Detto della posizione strategica, è da sottolineare la varietà e la complessità dei rapporti che si intrecciarono in quei diversi periodi tra le amministrazioni – cittadine e provinciali – e i comandi militari. Rapporti talvolta proficui, più spesso aspramente conflittuali. Al centro, in epoca asburgica, gli oneri gravanti sugli enti locali per il sostentamento delle truppe; in epoca sabauda, quelli derivanti dalla istituzione e dall’allestimento degli ospedali militari. Oneri che, come è facile intuire, finivano per gravare sui cittadini in aggiunta a quelli, già rilevantissimi, legati alla conduzione ordinaria della guerra.

Ci sono poi altre ragioni, ancor più rilevanti. Soprattutto nel corso delle due guerre mondiali, le vicende degli ospedali militari cittadini – ubicati, tra il 1915 e il 1919, presso le scuole di via Ghislanzoni e, tra il 1942 e il 1947, presso le scuole del Caleotto, oggi sede dell’istituto Badoni – si intrecciarono strettamente con quelle di centinaia, forse migliaia, di lecchesi che si trovarono a prestarvi la loro opera, quasi sempre a titolo volontario. Crocerossine, visitatrici, insegnanti, assistenti, guardarobiere, cucitrici, lavandaie, stiratrici, portantini, oltre naturalmente ai fornitori dell’esercito, ebbero un rapporto quotidiano con gli ospedali e i militari ricoverati che favorì il nascere di relazioni personali e lavorative che in moltissimi casi si prolungarono ben oltre il tempo di guerra diventando stabili e definitive.

Soprattutto, però, con il continuo affluire di militari feriti, mutilati, malati, questi ospedali divennero coscienza tangibile delle conseguenze della follia della guerra. Anche per chi, non direttamente coinvolto, era più restio a prenderne coscienza. Rappresentarono cioè, agli occhi dei lecchesi, l’altra faccia della guerra, quella lontana dalle battaglie, dagli eroismi, dalle epopee, ma tanto più vicina al sentire comune: la faccia fatta di sacrificio, di sangue, di dolore.

Il libro Il capitano l’è ferito, nato come risultato di questa ricerca, vuole essere soprattutto questo: momento di memoria di fatti, persone, circostanze ed edifici che sono parte della nostra storia e che, come tali, non vanno dimenticati.

                                                     Angelo Faccinetto

 

Due bolle indulgenziali

 

Da Roma a Pasturo

 

Due bolle indulgenziali miniate del 1581

per la locale confraternita del Ss. Sacramento

A documentare l’emigrazione pasturese a Roma, oltre al piviale di seta (di cui oggi non vi è più traccia) donato alla chiesa parrocchiale di S. Eusebio dalla pietas dei pasturesi residenti nella Città Eterna, sono anche due pergamene finemente miniate, oggi conservate presso il locale archivio parrocchiale. Si tratta per la precisione di due bolle1 indulgenziali con le quali Gregorio XIII (Ugo Boncompagni, Bologna 1502 - Roma 1585), papa dal 1572 al 1585, concesse privilegi e indulgenze alla locale Confraternita del Ss. Sacramento, canonicamente eretta il 12 luglio 1581 all’altare maggiore nella chiesa parrocchiale di S. Eusebio. Il pio sodalizio, già istituito da san Carlo quando venne la prima volta in visita il 25 ottobre 1566, verrà poi aggregato nel 1722 alla confraternita della Beata Vergine Maria del Rosario dall’arcivescovo Benedetto Maria Odescalchi e, dopo essere stato soppresso nei tempi turbinosi del governo giuseppino, verrà ricostituito con assenso il 23 giugno 1825 dal Governo austriaco. Procuratore per l’ottenimento delle indulgenze del 1581 da accordare alla confraternita valsassinese fu il pasturese Antonio Merlo, figlio di Ambrogio: “Procurante discreto viro D. Antonio filio D. Ambrosij Merli” (procuratore il distinto signor Antonio figlio del signor Ambrogio Merlo), si legge in calce alla pergamena. Il Merlo faceva molto probabilmente parte di quel gruppo di pasturesi integratisi a Roma, dove si era già trasferito Gian Giacomo figlio di Simone II Arrigoni e padre del cardinale Pompeo, arcivescovo di Benevento.

Le due bolle sono in pergamena stampata e miniata: dopo l’invenzione della stampa a caratteri mobili messa a punto nella seconda metà del Quattrocento da Gutenberg si era diffusa, infatti, l’abitudine di stampare e miniare libri in pergamena, per imitare i manoscritti.

In entrambi gli esemplari pasturesi, vergati dalla stessa mano e miniati dallo stesso artista, il documento indulgenziale si apre con l’invocazione “IN CHRISTI NOMINE” (nel nome di Cristo) seguita dalla clausola augurale “AMEN”. Vengono quindi indicati i nomi degli alti prelati che, in forza di facoltà apostolica ricevuta, concessero privilegi e indulgenze alla confraternita pasturese: il cardinale nonché gran mecenate Alessandro Farnese (Valentano 1520 - Roma 1589), vescovo di Ostia e “protector” della pia e universale Confraternita del Ss. Sacramento nella chiesa di S. Maria sopra Minerva; Giovanni Battista Castagna (Roma 1521 - ivi 1590), vescovo di Rossano, che sarà poi cardinale nel 1583 e papa per pochi giorni con il nome di Urbano VII nel 1590; Giulio Vitellio, chierico della camera apostolica, e il patrizio romano Stefano Crescenzio. Segue il lungo testo dell’indulgenza (61 righe nella prima e ben 99 nella seconda) che si chiude con: a) l’indicazione del tempo e del luogo in cui fu redatto il documento: “Datum Romae in Templo Beatae Mariae supra Minervam in nostra congregatione, sub Anno a Nativitate Domini Nostri Jesu Christi Mille Quingentesimo Octuagesimo primo Indictione2 nona Die vero XII mensis IVLII Pontificatus Sanctissimi in Christo Patris et Domini Nostri GREGORII divina providentia Papae XIII, anno X” (Dato a Roma nel tempio della Beata Maria sopra Minerva nella nostra congregazione, nell’anno 1581, indizione 9, 12 luglio, decimo anno del Pontificato del Santissimo Padre in Cristo e del Signore Nostro Gregorio per divina Provvidenza Papa XIII); b) l’elenco dei testimoni: “Praesentibus nobilibus viris Hieronymo Spannocchio et Laelio Cicada Civibus Romanis Testibus” (alla presenza dei nobili romani Gerolamo Spannocchio e Lelio Cicada come testi); c) le firme di Giulio Vitellio e di Stefano Crescenzio “administrator”, nonché il notaio rogatario dell’atto.

Le due pergamene pasturesi sono molto interessanti da un punto di vista artistico. Presentano, infatti, una ricca e pregevole cornice finemente decorata con tondi intervallati da elementi ornamentali di gusto tipicamente rinascimentale (girali vegetali e candelabre con motivi fitomorfi, vasi, cornucopie e mascheroni). Sono inoltre inseriti vari simboli cristologici, tra cui la croce con gli strumenti della passione, nonché gli stemmi del cardinale Alessandro Farnese (sei gigli azzurri in campo d’oro) e di papa Gregorio XIII (il drago in un ovale con lo stemma sormontato da chiavi decussate a doppio cordone e da tiara). La parte superiore è arricchita, in entrambi i casi, da tre tondi con figure: a sinistra una Madonna col Bambino (cui si aggiunge, in un caso, San Giovannino), la cui composizione richiama modelli del Cinquecento fiorentino come ad esempio Andrea del Sarto (1486-1530); al centro un ovale con due Angeli, che reggono il calice con l’Ostia eucaristica sormontata da un baldacchino processionale ad ombrello, accompagnati da un cartiglio recante le parole “VERBVM / CARO / FACTVM EST” (Il Verbo si fece carne; Gv 1, 14); a destra un santo Vescovo con pastorale e libro in mano che potrebbe essere identificato con sant’Eusebio, patrono di Pasturo.

Le due pergamene pasturesi sono altresì importanti e storicamente interessanti per via del loro contenuto: la concessione di indulgenze, espressione della suprema autorità pontificia, che era stata oggetto di durissima critica 64 anni prima quando il 31 ottobre 1517 un monaco e teologo tedesco, Martin Lutero, con le sue 95 “tesi” (della cui “pubblicazione” quest’anno cade il V centenario) aveva dato simbolicamente inizio alla Riforma protestante.

 

Marco Sampietro

 

Un legame oltre le distanze

  



  

UN LEGAME OLTRE LE DISTANZE

I doni degli emigrati pasturesi in Sicilia, Roma e Venezia

alle chiese del paese d’origine


Anche Pasturo, come altri paesi della Valsassina, fu toccato nei secoli passati dal diffuso, quanto ancora poco indagato, fenomeno sociale della emigrazione, dovuto alla esigenza di trasferirsi altrove in cerca di un lavoro più redditizio o di una vita migliore ma spesso per sopravvivere alle difficili condizioni locali.

L’emigrazione pasturese, documentata fin dal XVI secolo, ebbe soprattutto come destinazione la città di Venezia con la sua Repubblica, tanto da essere la meta più ‘gettonata’ dal grosso del flusso migratorio non solo pasturese ma anche valsassinese (si pensi, tanto per fare un esempio, al caso della vivace e numerosa colonia premanese a Venezia, indagata di recente da Enrico Ratti Taparéi, discendente da una famiglia di fabbri e ramai trapiantata nella città lagunare dalla seconda metà del Cinquecento). 

  

Altre mete dell’emigrazione valligiana furono terre più o meno lontane: Bergamasco, Bresciano, Torino, Roma, Napoli e, nel caso specifico di Pasturo, anche la Sicilia, un fatto per nulla consueto. Lo spostamento di emigrati dalla Valsassina nel regno di Sicilia è, infatti, allo stato attuale delle ricerche, una prerogativa esclusiva di Pasturo, mentre è ben attestato sulla sponda occidentale del Lario, dove in quasi tutte le chiese altolariane sono custodite preziose suppellettili sacre in oro e in argento (calici, ostensori, crocifissi, reliquiari), oltre alle cosiddette “gioie” portate da Palermo (gioielli devozionali, come corone del rosario, nonché monili d’oro e d’argento, come anelli, orecchini, fibbie ecc.) custodite con cura nelle varie famiglie.       

documentare l’emigrazione valsassinese, oltre a testamenti e a dispense matrimoniali, sono proprio questi preziosi donativi che gli emigranti inviavano alle rispettive parrocchie per attestare la salda e costante presenza di legami con il proprio borgo identificato idealmente con il “campanile”. Le donazioni in generale, quando non finanziavano la costruzione o la ristrutturazione di chiese intere, erano finalizzate all’acquisto di suppellettili per il servizio liturgico, con prevalenza di argenti, come calici, pissidi, ostensori, servizi d’altare (candelieri e croci, reliquiari, coperte di messale, turiboli e navicelle), che consentivano, per le loro dimensioni relativamente contenute, facilità ad essere trasportati anche a distanze notevoli.

              

Una delle testimonianze artistiche più antiche del flusso migratorio da Pasturo nel regno di Sicilia nel Cinquecento è rappresentata da una tanto preziosa quanto rara coppia di raffinati elaborati argentei, un vero e proprio unicum nel panorama delle argenterie sacre valsassinesi. Si tratta di un servizio per l’incensazione, cioè di un turibolo e della relativa navicella, contenitore per i grani d’incenso così denominato per la sua forma a nave, con allusione alla Chiesa, “nave” che conduce alla salvezza (figg. 1-2). I due elaborati furono realizzati in stile gotico da un abile argentiere della città di Palermo, come si evince dalla iscrizione incisa, su quattro righe, sulla superficie di uno dei due coperchi della navicella: “HOC . TVRIBVLVM / ET . NAVETAM . FECIT / COMUNIS . PAROCHIE / PASTVRIO HABITÃS . IN / RENGO (sic) . SCICILIE (sic) 1577” (fig. 3). Sempre di fattura siciliana sono anche le due custodie destinate a contenere i due sacri argenti: si tratta di due elaborati in cuoio lavorato e decorato, abbellito da sottili fregi dorati impressi a punzone a caldo, lungo i bordi (fig. 4).

                           

Oggetti d’arte dalla Serenissima attestano l’emigrazione pasturese a Venezia. Tra le argenterie sacre veneziane la parrocchia di Sant’Eusebio possiede una croce astile che reca sul nodo l’epigrafe: “FATA DE CARITA DE DEVOTI ABITANTI IN VENEXIA (sic) 1757” (fig. 5); l’elaborato reca pure due tipi di punzonature: il ‘leone in moleca’ e la marcatura di controllo del ‘Sazador in Zecca’ Zuan Piero Grappiglia (le lettere P G separate da un giglio araldico), in carica per la verifica degli argenti fra il 1757 e il 1802. La stessa iscrizione con la data 1757 e gli stessi punzoni si rilevano su un servizio di due cartegloria, cioè di incorniciature atte a esporre sull’altare fogli scritti o stampati con testi invariabili della messa, per facilitare la lettura al sacerdote impossibilitato a leggere il messale in momenti particolari del rito (figg. 6-7). Sulla cartagloria centrale è effigiata sulla sommità un’immagine di Sant’Antonio di Padova di cui i pasturesi erano particolarmente devoti.


                    58 Fig9     58 Fig10


Nella chiesa della Madonna della Cintura la cappella laterale sinistra è dedicata per l’appunto al Santo patavino. Da segnalare nella medesima chiesa è anche una lampada pensile sulla quale è riportata la scritta: “ANNO 1748 / FATA / DI ELE / MOSINE / RACOLTE / DA DEVO / TI ABBI / TANTI IN / VENEZIA” (figg. 8-9-10). Si notano, ripetute, le marcature con il ‘leone in moleca’ e il contrassegno del ‘Sazador in Zecca’ Zuanne Premuda (le lettere Z P separate dal profilo di un volatile).

E per finire a documentare l’emigrazione pasturese a Venezia è un cucchiaino d’argento fuso che riporta sul verso l’iscrizione “1751 / VENETIA” relativa alla data e al luogo di esecuzione dell’opera e sul diritto l’effigie di Sant’Antonio di Padova (figg. 11-12)

Altre argenterie sacre di fattura veneziana sono state recensite in altre parrocchie della Valsassina: Cortenova, Introbio, Primaluna e Taceno. 
L’emigrazione pasturese a Roma è documentata, come ci riferisce l’Orlandi, da “un ricco piviale di seta rossa e d’oro, di origine romana, come attesta il cartiglio intessutovi: Romanorum pietas”.

In conclusione, questi doni hanno un intrinseco valore religioso; sono un’espressione di identità espressa attraverso l’attaccamento affettivo alle proprie origini e al gruppo sociale di provenienza; e sono testimonianza di un forte senso di partecipazione con l’aggregazione in confraternite in vista di un sostegno reciproco.
Con queste brevi note si è voluto incominciare a valorizzare e far conoscere questo prezioso patrimonio di fede e di arte in vista di uno studio più approfondito sul fenomeno dell’emigrazione, a cui sono legati secoli e secoli della nostra storia, con una inevitabile ricaduta anche sulla valutazione delle nuove emigrazioni oggi nel mondo.

 

                                                                                                    Marco Sampietro


Riferimenti bibliografici

 

Sull’emigrazione pasturese

Angelo Borghi, I paesi della Grigna. Episodi dello sviluppo di Pasturo, in Andrea Orlandi, Memorie di Pasturo e Bajedo in Valsassina, Comune di Pasturo, Pasturo 1995, pp. 327-332.

Andrea Orlandi, Memorie di Pasturo e Bajedo in Valsassina, Comune di Pasturo, Pasturo 1995, pp. 62-68.

 

Su argenti e suppellettili liturgiche 

Paola Venturelli, Splendori al Museo Diocesano. Arte ambrosiana dal IV al XX secolo, catalogo della mostra a cura di Paolo Biscottini (Milano 2000), Milano 2000.

Oleg Zastrow, Antiche e sconosciute argenterie veneziane a Taceno, in “Archivi di Lecco e della Provincia”, a. XXXV, dicembre 2012, pp. 37-49.

Oleg Zastrow, Antichi cuoi lavorati e decorati. Un patrimonio artistico derelitto e ignorato, in “Archivi di Lecco e della Provincia”, a. XXIX, ottobre-dicembre 2006, pp. 47-63.

Oleg Zastrow, Antichi e unici argenti siciliani in Valsassina. La confutazione di errati giudizi storico-artistici sugli argenti di Pasturo, in “Archivi di Lecco e della Provincia”, a. XXVIII, aprile-giugno 2005, pp. 43-53.

Oleg Zastrow, I due unici argenti siciliani presenti nelle parrocchie del Lecchese. Chiarimenti e aggiornamenti critici, in Il tesoro dell’isola. Capolavori siciliani in argento e corallo dal XV al XVIII secolo, 2 voll., a cura di Salvatore Rizzo, catalogo della mostra a Praga, Maneggio del Palazzo Wallestein (19 ottobre-21 novembre 2004), Catania 2008, vol. I, pp. 86-93.