BRICIOLE DI STORIA PASTURESE  
dagli archivi parrocchiali valsassinesi (II parte)

 

I documenti degli archivi parrocchiali della Valsassina continuano a raccontarci storie del nostro passato che, quando ci si mette a conoscerlo, a frugare tra le sue pieghe, non è sempre ‘passato’, anzi è ricco di futuro. Grazie al passato, infatti, il futuro, al quale spesso guardiamo con paura, si presenta davanti ai nostri occhi non come illusione, ma come una strada già tracciata e percorsa.

I documenti, a differenza dei libri di storia che passano, rimangono, anzi sono essi a rimettere sempre di nuovo in discussione le ricostruzioni storiche, spesso affrettate, come si cerca di dimostrare con questa rubrica. Non per trastullarsi col passato, ma per trasmetterne doverosa memoria, prima che se ne perda ulteriormente coscienza.

I documenti, si sa, non parlano da soli. Per farli ‘parlare’ bisogna saperli interrogare e soprattutto ‘ascoltare’ dopo averli interpretati correttamente.

Ecco altre due storie del nostro passato, pardon, del nostro futuro. Entrambe hanno come protagonisti due ‘forèst’: un talamonese in fuga da soldataglia francese al tempo del Duca di Rohan e un bergamino ‘Suicero’, cioè un malghese svizzero, con un cognome di difficile lettura e quindi variamente interpretabile.


Un fuggiasco poco scaltro: Gaspare Massizi da Talamona a Pasturo“per fuggir dalli Francesi”


Correva l’anno 1636 ed era in corso la cosiddetta Guerra dei Trent’anni1. Le truppe francesi, comandate dal famigerato e spregiudicato Duca di Rohan nonché rose da una avidità predatoria inaudita, calarono in Valtellina2 e quindi in Valsassina3 e le misero a ferro e fuoco. I soldati francesi si abbandonarono a stragi, saccheggi, violenze contro le donne e non risparmiarono neppure le chiese, lasciando profondo sgomento nella popolazione locale che si indebitò fino al collo a furia di fornire ai soldati fieno, animali e altro. Fu così che chi poté cercò di fuggire da questo inferno come Gaspare Massizi e sua moglie Giovannina4 che si rifugiarono, come l’Agnese de I Promessi Sposi5, in Valsassina, per la precisione in quel di Pasturo, come se là il Duca di Rohan non facesse il diavolo a quattro come in Valtellina (tanto per parafrasare un po’ il Manzoni). Ma il nostro fuggiasco talamonese non fece bene i suoi conti. Infatti anche la Valsassina, come la Valtellina, fu attraversata nel giugno 1636 dalle truppe francesi del Duca di Rohan, come ci racconta Giuseppe Arrigoni nelle sue Notizie storiche della Valsassina6. È in questa cornice storica che si inserisce la vicenda della famiglia Massizi. Gaspare e sua moglie, Giovannina Morei, entrambi di Talamona, precisamente di Premiana7, si trasferiscono a Pasturo “per fuggir dalli Francesi che li tiraneggiauano”. Lo apprendiamo dall’atto di battesimo della figlia Margherita nata a Pasturo l’8 febbraio 1637 e battezzata il giorno successivo da don Pietro Platti, il parroco che resse la cura pasturese dal 1626 al 1640 e che registrò sul Libro dei morti con la sua nitida calligrafia i nomi dei suoi 432 parrocchiani deceduti a causa della peste del 1629-1630. Pure di Talamona era il padrino, un tal Gio. Pietro Milivinti, mentre la madrina era una del posto, tal Giacomina Anesetti di Baiè, cioè di Baiedo.

80 Sampietro 2Ecco la trascrizione dell’atto:

 “1637 Adì 9 Febraro Io P(rete) Pietro Plati Curato di Past(ur)o hò battezato Margarita fi(glio)la di Gasparo f.q. Gio. Massitio di Talamona di ValTellina, essendo venuti in Valsassina per fuggir dalli Francesi che li tiraneggiauano, et hora habitano in questa n(ost)ra Parochia et di Zouanina di Morei, Jugali. Compare Gio. Pietro Melleuinti pur di Talamona, comare Jacomina Anesetta di Baiè nata adì 8 detto”8.

Purtroppo le carte d’archivio tacciono e non sappiamo che fine abbia fatto questa famiglia talamonese dopo il 1637. Ad ogni modo, la vicenda della famiglia Massizi è come un filo d’erba, forse poco significativo preso da solo, ma che insieme ai fili della grande storia crea senz’altro buoni e ubertosi pascoli.

 

 

Un malghese “Suicero” da Novara a Pasturo:
“Gio Pietro Jechli (?)”


Nelle ricerche archivistiche non si riescono sempre ad evitare le numerose trappole di cui sono disseminate le antiche grafie e si può quindi facilmente incorrere in errori di lettura. È il caso di un malghese “Suicero”, cioè svizzero9, che si stabilì in quel di Baiedo dopo aver contratto matrimonio il 10 ottobre 171910 con “Cattarina figlia del q(uonda)m Carlo Orlandi di Baiedo”. I testimoni furono: “il Rev.do Sig. Matteo Marchioni”, cappellano titolare della SS. Vergine del Rosario11, e “Gio Antonio Doniselli, tutti di Pasturo”. Lo sposo, che aveva “dimorato come Bergamino il spatio di anni sei incirca nella Diocesi di Novara”12, di nome faceva “Gio Pietro” e di cognome “Tichli” / “Techli”; “Zichli” / “Zechli”; “Jichli” / “Jechli”, “Fichli” / “Fechli”. L’oscillazione i / e dipende dal dialetto. Questa pluralità di letture del cognome è determinata dal fatto che l’estensore dell’atto, don Gregorio Scandella di Barzio, coadiutore a Pasturo dal 1717 al 1720, scriveva allo stesso modo la “T”, la “Z”, la “F” e quindi forse anche la “J” maiuscola. C’è poi anche da tenere conto del fatto che a quel tempo non esistevano ancora i documenti di identità e quindi la registrazione avveniva sotto dettatura; gli ‘ufficiali dell’anagrafe’ scrivevano come volevano e come sentivano (e spesso saranno stati anche un po’ sordi... e quindi le loro registrazioni erano tutto tranne che ‘perfette’).

80 Sampietro 3Fermo restando che nel Repertorio dei nomi di famiglia svizzeri (2da ediz., Zurigo 1969) non c’è nessuna corrispondenza per “Tich(e)li/y”, “Tech(e)li/y” e neppure per “Zich(e)li/y” o “Zech(e)li/y” né tantomeno per “Fichli”13, si può ragionevolmente supporre che la lettera maiuscola iniziale del cognome possa rappresentare una “J”. In tal caso i cognomi più vicini potrebbero essere lo zurighese “Jeggli” / “Jäggli” e l’argoviese “Juchli” o, con eventuale maggiore probabilità, il grigionese “Jecklin”14, perché nelle diverse varianti dei dialetti altoalemannici – il cosiddetto Schwizerdütsch – la n finale spesso non è pronunciata; anzi, Jecklin sarebbe pronunciato “Jèk-kh-li” (velare gutturale sorda più velare gutturale fricativa), ben compatibile con la grafia “Jechli”. Altre vaghe, vaghissime ipotesi, con diverso grado di probabilità, senza prudentemente avanzare certezza di giudizio, sono: una deformazione del nome di famiglia “Dicht” (forma breve di “Benedictus”), che si presenta anche nella forma di “Dichtli” o “Dettli”15; una derivazione dal tedesco “Dächli”, diminutivo per “tetto”, un’ipotesi, quest’ultima, che però non trova riscontri documentari; una deformazione del cognome “Jecchi” di Campo Vallemaggia, che si potrebbe, pur senza alcuna sicurezza, collegare a Giacomo, che nel dialetto locale suona Iècum; una storpiatura, infine, di altro cognome svizzero molto diffuso: “Fischli” (Basilea, San Gallo, Zurigo…)16.

   80 Sampietro 4Questo basti sull’enigmatico cognome di probabile origine elvetica. Qualche ulteriore dato biografico si può ricavare dai registri dell’anagrafe sacramentaria pasturese. Il nostro malghese ebbe due figli: Antonio Giuseppe, nato e battezzato il 2 ottobre 1726, e Maria Caterina, nata e battezzata il 16 gennaio 1731 e morta il 28 gennaio18. La moglie Caterina Orlandi di Baiedo morì vedova il 5 gennaio 1758, all’età di 65 anni: da ciò si evince che il marito morì prima di quella data ma il suo atto di morte non risulta nei registri pasturesi. Un’ultima cosa sicura che si può dire è che il nostro bergamino era senz’altro cattolico, perché altrimenti guai al mondo lasciarlo sposare con una di lì! E allora poteva essere un vallesano, un urano, uno svittese, un ticinese, ecc. anche un grigione (dipende di dove), ma non certo, per esempio, un bernese. Questo è quanto: future ricerche potranno forse risolvere questo problema cognominale. 

                                                       

                                                                                                                                                                                                                                              Marco Sampietro

 

 

1 Conflitto che coinvolse l’Europa centrale dal 1618 al 1648.

2 Sul Duca di Rohan in Valtellina cfr. D. Benetti, M. Guidetti, Storia di Valtellina e Valchiavenna. Una introduzione, Milano 1990, pp. 102-103; I. Busnarda Luzzi, Ai tempi della campagna del duca di Rohan. «habitanti di Valtellina vi si ordina e comanda…», in “Rassegna economica della provincia di Sondrio”, 3 – 1989, pp. 39-43; E. Mazzali, Dalla questione religiosa nel Cinquecento verso il distacco dal dominio grigione, in E. Mazzali, G. Spini, Storia della Valtellina e della Valchiavenna, vol. II, Sondrio 1969, pp. 151-159; S. Massera, La spedizione del duca di Rohan in Valtellina: storia e memorie della Guerra dei trent’anni, Milano 1999; G. Perotti, La battaglia di Morbegno del 1635, in “Le Vie del Bene”, 6/7 – 1988, pp. 7-14; 8 – 1988, pp. 7-12; 9 – 1988, pp. 7-13; 10 – 1988, pp. 7-8.

3 Sul Duca di Rohan in Valsassina cfr. M. Sampietro, Il 1636: l’anno dell’invasione dei Francesi. Il Duca di Rohan saccheggia le cinque parrocchie della nostra Comunità Pastorale (e non solo), in “L’Angelo della Famiglia. Bollettino Parrocchiale di Introbio”, 89, n. 2, aprile-giugno 2020, pp. 7-9 (con bibliografia precedente).

4 Questa storia l’ho già raccontata dal punto di vista valtellinese su “Le Vie del Bene”, 1 – 2021, pp. 7-9.

5 A Pasturo si rifugiò Agnese presso alcuni parenti per sfuggire la pestilenza, come don Abbondio riferì a Renzo: “È andata a starsene nella Valsassina, da que’ suoi parenti, a Pasturo, sapete bene; chè là dicono che la peste non faccia il diavolo come qui” (cap. XXXIII). La casa di Agnese è stata identificata dalla tradizione in un’abitazione in via Parrocchiale, 9 (già appartenente alle famiglie Ticozzi e Costadoni) dalle tipiche strutture valligiane: una costruzione a L, con cortile e ingresso a tettuccio e con due ordini di loggiato su pilastri sopra il portico a terreno (sulla casa di Agnese cfr. M. Sampietro, Il centro storico di Pasturo in un inedito quadro del pittore lecchese Carlo Pizzi (1842-1909), in “Il Grinzone”, a. 19, n. 70, marzo 2020, pp. 7-9). Più avanti nel romanzo Renzo, dopo aver ritrovato Lucia a Milano, si metteva in cammino per Pasturo in cerca di Agnese. Trovatala in quella che Manzoni descriveva come una “casuccia isolata” con un orto sul dietro, le dava la notizia della guarigione di Lucia, ritornando di nuovo, poco tempo dopo, per ricondurla al paese nativo.

6 G. Arrigoni, Notizie storiche della Valsassina e delle terre limitrofe dalla più remota fino alla presente età raccolte ed ordinate dall’Ingegnere Giuseppe Arrigoni, Milano 1840, pp. 290-292.

7 Sui Massizi di Talamona cfr. G. Turazza, Talamona nella Valtellina. Notizie documentate politico-religiose, Sondrio 1920 (ristampa anastatica 1990), pp. 102-107.

8 Archivio Parrocchiale di Pasturo [d’ora in poi APPa], cart. Matrimoni-Battesimi-Morti-Stato d’anime ed Elenco del clero.

9-Il Grande dizionario della lingua italiana diretto da Salvatore Battaglia conferma “svicero” come variante per “svizzero” (GDLI, vol. XX, Torino 2003, pp. 632-633).

10 APPa, Matrimoni dal 27 Agosto 1640 al 9 Febbraio 1746.

11 Figlio di “messer Gio Maria Marcione et di madonna Antonia Marciona”, Matteo Marchioni nacque il 9 giugno 1659 e morì il 1° novembre 1721 all’età di 63 anni. Cfr. APPa, Nati dal 6 Luglio 1640 al 11 Luglio 1748; Morti dal 29 Aprile 1668 al 8 Marzo 1746. Sulla famiglia Marchioni di Pasturo cfr. A. Orlandi, Le famiglie della Valsassina. Repertorio con brevissime illustrazioni, Lecco 1932, p. 178; P. Pensa, Le antiche famiglie nobili e notabili del Lario Orientale stanziatesi prima del XVI secolo in Lecco, nella Valsassina, nella Valvarrone, nella Val d’Esino e sulla riviera orientale del Lario, Gessate 1976, p. 108.

12 Questa nota pasturese è storicamente interessante perché attesta la presenza di bergamini svizzeri nel Novarese, come ipotizzava già il Robertson: “The abundant fodder resources are reflected, especially in the southeast and northwest, by high densities of cattle-reaching to a square kilometer in one part of Mantua and in the Pandinasco (Cremona). In winter trans-humance from the Bergamasco, Comasco, Valtellina, and Switzerland increases the demand for green fodder. Cheese making is the dominant branch of the dairy industry. The principal type of cheese is the semi- fat, fermented grana parmigiana, used as a condiment (C. J. Robertson, Agricultural Regions of the North Italian Plain, in “Geographical Review”, vol. 28, n. 4, Oct. 1938, p. 585). Tra l’altro nei Grigioni (Lantsch e Lenzerheide-Valbella, luoghi originariamente di lingua romancia) è diffuso il cognome “Bergamin”, a testimonianza di una famiglia di pastori bergamaschi lì stabilita e a conferma, forse, della diffusione locale del mestiere.

13 Potrebbe trattarsi della storpiatura di un altro cognome svizzero molto diffuso: Fischli (Basilea, San Gallo, Zurigo…).

14 U. Jecklin, s.v. Jecklin, in Dizionario storico della Svizzera (DSS), versione del 29.01.2008 (traduzione dal tedesco). Online: https://hls-dhs-dss.ch/it/articles/021915/2008-01-29/, consultato il 02.05.2022.

15 Cfr. Rätisches Namenbuch, bearb. und hrsg. von Konrad Huber, vol. III: Die Personennamen Graubündens, Chur 1986, p. 357.

16 Ringrazio per l’analisi dell’enigmatico cognome gli amici elvetici Carlo Agliati, Andri Casanova, Paolo G. Fontana, Florian Hitz, Michele Moretti e Giancarlo Reggi, sempre prodighi di consigli e suggerimenti.

17 APPa, Nati dal 6 Luglio 1640 al 11 Luglio 1748.

18 APPa, Libro de Morti C, p. 18.

 

 IL GRINZONE n. 80