Antonia Pozzi: la fotografia e l'incontro con il mondo

 

Intervista a Ludovica Pellegatta     

Antonia Pozzi viene sempre più apprezzata, oltre che per la sua poesia, anche per la sua fotografia. Hanno contribuito a questa scoperta e valorizzazione gli studi e il lavoro di Ludovica Pellegatta.
Pellegatta si occupa della fotografia di Antonia Pozzi dal 1998. È lei ad aver realizzato la prima catalogazione digitale dell’Archivio fotografico pozziano e diverse mostre.
Tra le sue recenti pubblicazioni: ‘Antonia Pozzi. Nelle immagini l’anima. Antologia fotografica, ediz. ampliata e curata insieme a O. Dino (Edizioni Àncora, Milano, 2018); ‘Antonia Pozzi. Sopra il nudo cuore’, catalogo della mostra ‘Sopra il nudo cuore. Fotografie e film di Antonia Pozzi’, curata insieme a G. Calvenzi (Silvana Editoriale, Milano, 2015); ‘…nelle immagini si vede la mia anima…Antonia Pozzi. Viaggio in Liguria’ (Comune di Camogli, 2014).

Questa intervista riprende e aggiorna quella postata sul sito www.antoniapozzi.it in relazione alla mostra “Sopra il nudo cuore. Fotografie e film di Antonia Pozzi”, curata da Pellegatta e Calvenzi.


 

Perché hai scelto, per la tua tesi di laurea in Estetica, lo studio delle fotografie di Antonia Pozzi?

Mi sono laureata all’Università degli Studi di Milano in Lettere Moderne nel 2000. Negli ultimi anni di facoltà ho avuto la fortuna di seguire l’insegnamento di Estetica del Prof. Gabriele Scaramuzza, allievo del filosofo Dino Formaggio, figura chiave della ‘Scuola di Milano’ di Antonio Banfi, oltre che della vita e dell’opera di Antonia Pozzi. Per la mia tesi di laurea desideravo fare una ricerca sulla fotografia come mezzo tecnico e artistico e il Prof. Scaramuzza mi propose di fare una tesi sulle fotografie della Pozzi, all’epoca ancora quasi del tutto sconosciute. Ho così iniziato, nel 1998, la mia relazione postuma con Antonia, avvenuta attraverso le sue immagini prima ancora che le sue parole. Ho passato più di un anno a guardare, riprodurre, catalogare centinaia di fotografie, alcune raccolte in album fotografici dalla stessa Pozzi, altre sparse tra l’Archivio Pozzi e l’Archivio Dino Formaggio. All’amico la poetessa lasciò, come vero e proprio lascito testamentario prima del suicidio, una parte fondamentale della sua produzione fotografica.

 


Qual è stato il primo effetto – a caldo – di queste fotografie?

Il primo effetto è stato come vedere uno specchio opaco, uno specchio che riflette un ritratto al negativo di una vita che nella sua epoca non trovò scampo: il ritratto di come Antonia avrebbe voluto la sua ‘vita sognata’.

 

Com’è stato l’incontro con Antonia poeta?

Leggendo per la prima volta le poesie di Antonia Pozzi, mi colpì la sua capacità di dare vita a una singolare compresenza di pathos, simbolismo ed essenzialità, compresenza che spesso si ritrova anche nelle sue fotografie dell’ultimo periodo sul mondo contadino.

 

Quanto Antonia ricerca la bellezza attraverso la fotografia? E come si concilia questa ricerca con quella del ‘nocciolo duro’ delle cose?

La ricerca della bellezza nella fotografia di Antonia Pozzi si esprime come ricerca dell’anima delle cose. I temi più significativi e ricorrenti sono gli stessi a cui la poetessa dedica molti versi, temi attraverso i quali dà voce a un desiderio profondo di vita autentica: il particolare umile, i luoghi più appartati della natura, le case e le abitudini di paese, la vita semplice dei contadini, le fiere di quartiere e dei piccoli borghi rurali. Contemplazione e nostalgia rappresentano le grandi atmosfere della sua fotografia, come se, attraverso l’inquadratura fotografica, Antonia rivolgesse al mondo un ultimo sguardo. É questo sguardo ultimo che permette la rivelazione del senso, della soglia, della bellezza.

 

Quali sono pregi e limiti della fotografia pozziana?

Nel 1935, nella sua tesi di laurea su Flaubert, Antonia Pozzi scrive che ‘L’arte è sempre un uomo singolo, l’arte è sempre un aspetto della realtà riflesso da un occhio umano; l’oggettività assoluta esiste solo nelle macchine fotografiche’. L’approccio iniziale di Antonia alla fotografia risente del limite di questa concezione, ma negli anni il mezzo fotografico diventa per lei uno strumento per raccontarsi necessario tanto quanto la scrittura, diventa anzi un’esperienza, un gesto con cui cerca di dare voce al bisogno di un incontro autentico con il mondo.

 

Allora per Pozzi nella fotografia l’arte non si può esprimere? E quanto, di fatto, riuscirebbe a essere oggettiva nei suoi scatti?

La fotografia è e rimane per la Pozzi, anzitutto, documento, traccia di un vissuto reale, un incontro, un luogo, un volto. La macchina fotografica è per lei uno strumento di conservazione contro l’oblio, che, tuttavia, in Antonia è qualcosa di radicalmente altro dalla semplice dimenticanza. L’oblio per la Pozzi rappresenta una dimensione morale radicale, una deriva etica, l’atto non compiuto, la schiavitù dello spirito e della coscienza. Nelle sue immagini più significative, in particolare in quelle dell’ultimo periodo, la volontà di ricordare, di rimediare all’oblio, esprime una ricerca di fondamento nell’esistenza.

 

Antonia ha lasciato oltre 4000 fotografie e innumerevoli negativi. Oltre al delinearsi sempre più preciso di una poetica, c’è un cambiamento nei soggetti ripresi e ci sono delle costanti?

Antonia Pozzi inizia a fotografare nel 1929, a 17 anni, molto probabilmente per influenza del padre Roberto, che fu un appassionato fotografo e viaggiatore. Si appassiona alla macchina fotografica anche per il desiderio di sperimentare un mezzo espressivo ancora poco diffuso, per quanto negli anni Trenta la fotografia fosse ormai parte integrante della vita quotidiana borghese, in particolare nella forma dell’album fotografico. Nei primi anni la poetessa associa la fotografia soprattutto ai momenti di svago e vacanza: sono infatti ricorrenti nei primi album le immagini di viaggi e delle ascensioni alpine. Col tempo però si precisa una poetica che rivela una particolare attenzione per gli aspetti più umili e dimessi: la montagna, le barche solitarie, le scogliere, gli alberi, i boschi, i piccoli borghi rurali e il mondo contadino, la periferia, i bambini…


 

Hanno fondamentale importanza le implicazioni con il progetto di romanzo storico a cui la poetessa si dedica attivamente nell’estate del 1938. In autunno compie delle vere e proprie ‘spedizioni fotografiche’ a Pasturo e alla Zelata di Bereguardo sul Ticino, alla ricerca di quel ‘senso di umana semplicità’ della cultura contadina lombarda che avrebbe dovuto rappresentare il cuore del romanzo. Lo scopo di queste spedizioni è conoscere personalmente il paesaggio e farsi una cultura agricola: fotografa l’aratura dei campi, la fienagione, la battitura del grano, le risaie, la vita quotidiana contadina. Torna anche espressamente in alcuni luoghi ‘per fare delle fotografie contro luce’, a dimostrazione di come la Pozzi avesse ormai raggiunto una chiara consapevolezza della fotografia come linguaggio e mezzo artistico.

 

Qual è, secondo te, la fotografia più bella scattata da Antonia Pozzi?

 

L’immagine dei bambini mentre giocano nei campi nella periferia di Porto di Mare, 1938.

 

 

E quella che ti commuove di più, e perché?

 

Il ritratto del cane e del maiale nella stalla di Pasturo, 1937.
Mi commuove lo sguardo amorevole di Antonia verso questa umile scena di vita contadina, il fil di ferro che fa da guinzaglio al cane, il dialogo silente tra gli animali del pastore.

 

 

Vuoi dirci qualcosa sui filmini girati da Antonia?

I pochi filmati per ora restaurati dell’Archivio Pozzi mostrano la poetessa quasi sempre con la macchina fotografica al collo (molto probabilmente una Folding Pocket Kodak o una Leica). Vedendoli si percepisce immediatamente come la macchina fotografica fu per la Pozzi ben più di un semplice svago: una compagna per la vita inseparabile con cui relazionarsi al mondo.

 

                                                                                                  Tiziana Altea


IL GRINZONE n.73