IL MIO PRESEPE VERTICALE

 

La porta di casa si richiuse alle mie spalle con un colpo secco.

Il gelo di dicembre rimase fuori.

Dentro, un silenzio carico di attesa.

 

Mia madre, in piedi, le mani intrecciate, un sorriso che non spiegava niente.

Accanto alla tavola, qualcosa di insolito: un cavalletto coperto da un grande telo bianco.

Poco più in là mio padre, assorto, come chi ha appena finito un’opera troppo grande per essere spiegata.

 

«Ecco il tuo presepe», disse.

Il cuore accelerò. Corsi avanti.

Nella mia testa sfilavano statuine colorate, il muschio morbido e profumato, il filo di lucine sfarfallanti nel buio.

Con un gesto impaziente, strappai via il telo.

E il tempo si fermò.

 

Davanti a me non il presepe immaginato, ma una città verticale, scavata nella roccia.

Case grigie che salivano verso l’alto. Sentieri scoscesi. Statuine minute, sospese in un equilibrio impossibile, si inerpicavano verso una grotta lontana.

Nessun muschio. Nessuna luce. Nessun gioco da toccare.

Un paesaggio severo, enigmatico, come un segreto impossibile da svelare.

Più Petra che Betlemme.

 

Scoppiai in un pianto. Non di gioia, piuttosto di delusione.

Eppure quel pianto diceva più di quanto potessi sapere allora.

 

Sono la “piccola” di tre fratelli, arrivata quando Sara e Velasco abitavano già un loro mondo. Molto amata, altrettanto viziata… sempre in cerca di uno spazio dove potermi mettere in rilievo.

Da bambina ero incantata dalle fotografie dei presepi che mio padre aveva costruito con e per i miei fratelli: montagne di cartapesta, grotte illuminate, persino un trenino che sbucava da gallerie nascoste. Per me restavano solo immagini.

 

Nelle case delle mie compagne di scuola, invece, mi fermavo in silenzio davanti a statuine adagiate sul muschio, alle lucine che si accendevano e spegnevano. Un Natale semplice, domestico. A casa nostra invece…

 

Il “presepe verticale” rimase con noi solo pochi giorni.

Ricordo ancora l’arrivo del parroco di Pasturo, don Tullio, e il suo sguardo rapito davanti a quell’opera insolita.

E poi la voce calma di mio padre: «Le piace? Lo prenda. L’avevo fatto per Paola… ma a lei non piace».

 

Quelle parole furono un colpo.

Don Tullio non se lo fece ripetere due volte. Il presepe sparì, prima ancora che arrivasse Natale.

 

Ho vissuto per anni questo episodio come un torto.

Poi, col passare del tempo, capii: mio padre non sapeva amare nelle piccole cose; il suo era un amore smisurato, difficile, incapace di mostrarsi semplice.

Il presepe non era una sfida, ma il suo modo grande e personale di dirmi “ti voglio bene”.

 

E poi, dopo più di quarant’anni, quel presepe verticale è tornato a me. Lo avevo cercato a lungo, senza sapere se fosse ancora esistito. Ritrovarlo è stato come rivedere mio padre, in silenzio.

 

Forse il segreto del Natale è proprio questo: non ricevere ciò che chiediamo, ma ciò che, senza saperlo, siamo in grado di custodire.

 

Ora quel presepe grigio, che da bambina mi sembrava una ferita, è la mia cometa. La luce imperfetta e ostinata di un amore fuori da ogni schema.

E in fondo, tra muschi che non ho mai avuto e statuine che ho solo sognato, che cos’è il Natale, se non l’arte fragile di ritrovare ciò che credevamo perduto e che veramente conta.

 

Un grazie di cuore agli amici di Pasturo che, col contributo di Guido Agostoni, hanno trasformato un sogno in realtà… e un grazie speciale a Sara, mia sorella: io e lei sappiamo perché.

                                                                                                               

                                                                                                          Paola Vitali


IL GRINZONE n.93