NOTAI A PASTURO


Fin dal Medioevo la Valsassina si presenta come un territorio vitale dal punto di vista economico e produttivo, capace di promuovere lo sviluppo di attività manifatturiere non strettamente connesse all'agricoltura: ne danno testimonianza le migliaia di atti notarili quattrocenteschi giunti fino a noi e conservati presso l'Archivio di Stato di Milano. Eppure questa massa di carte è ben poca cosa se confrontata alla quantità enorme di documenti periti in seguito alla distruzione di archivi susseguitesi nei secoli.
Basti pensare infatti che in Valle, tra Quattro e Settecento, i notai pubblici furono qualche centinaio e al loro cospetto si sottoscrivevano atti di varia natura: dalle liti per un confine agli affitti di animali, dalle vendite di appezzamenti di terra o di beni di diversa natura alla stipulazione di doti, dai prestiti simulati fino alle acerrime controversie per le eredità.
Tra di essi figura anche Pastore, figlio di Zanes della Chiesa, operante a Pasturo per tutta la prima metà del XV secolo.
Ben poco conosciamo delle sue vicende personali e famigliari; la sua abitazione, sita nei dintorni della parrocchiale, nel nucleo detto della Chiesa, era sicuramente posta sulla strada che da Pasturo conduce a Baiedo, ed era contigua a quella di importanti proprietari terrieri come i discendenti di Ambrogio detto Claretus della Chiesa e ai De l'Era; lo stemma dei della Chiesa, rappresentante una croce stilizzata, è del resto ancora oggi ben visibile, scolpito nella pietra del portale di una casa posta all'incrocio delle odierne via Cima e via per Baiedo, proprio nel sito cui fanno riferimento le carte quattrocentesche.
Il notaio, insieme al fratello Guarisco, era proprietario di prati siti sui "montes" attorno Pasturo: "in Cova", "in Oneda", "in Fiagna", "ad Custodem", "in Valle", "in Piodera", "ad Aquam Frigidam", "in Monteno", "in Cugiolo", "in la Piaza", "ad Costam" e "in Piodra". Dal testamento della cognata Giacomina de Prato, moglie di suo fratello Guarisco, sappiamo che Pastore ebbe almeno due figli, Catelina e Paxinus.
Il nostro stendeva i suoi atti tanto in casa propria quanto in quella dei suoi clienti, sia che si trattasse di persone di Baiedo sia di Pasturo. Sono più rari gli atti stesi all'aperto "in via pubblica", o sotto il portico della chiesa di sant' Eusebio. Talvolta si spostava anche nei paesi limitrofi raggiungendo Introbio, Gero e Primaluna, ma la maggior parte dei suoi clienti veniva reclutata a Pasturo e Baiedo, sebbene gli interessi di costoro potessero ampliarsi tanto da raggiungere Mortara, Cremona, Brescia, attestando un vitale legame della Valle con la Pianura.
Al contrario di quanto accade di solito per i notai operanti nei borghi e villaggi del contado, nei registri di Pastore non rimane traccia di atti stilati per istituzioni pubbliche: il cap. 247 degli Statuti di Valle prescriveva la nomina di un notaio apposito che operasse al servizio del podestà che fosse deputato alla stesura degli atti di sua competenza. Probabilmente Pastore non ebbe mai tale incarico o lo ricoprì negli anni in cui non ci è giunta documentazione. I documenti pervenutici, forniscono un quadro abbastanza preciso dell'estrazione sociale dei suoi clienti, del tipo di contratti stipulati, dell'ambiente in cui operava e, naturalmente, delle attività economiche che vi si svolgevano.

 

 L'ALLEVAMENTO

La parcellizzazione del suolo, attestata dall'esiguità degli appezzamenti oggetto di transazioni economiche, il frazionamento delle proprietà dovute ai passaggi ereditari sono elementi che devono essere debitamente considerati nell'analisi di una società in cui le attività legate allo sfruttamento della terra dovevano di necessità essere integrate da altre, quali l'allevamento bovino ed ovino, quest'ultimo organicamente connesso allo sviluppo di un artigianato tessile.
Gli atti del notaio Pastore individuano la presenza diffusa del contratto di soccida e dell'affitto di animali, entrambi generalmente con una durata di tre anni, ma rinnovabili per comune volontà delle parti. Si tratta di attività che muovono capitali di una certa rilevanza: ciascun capo di bestiame grosso viene valutato infatti tra le sette e le dieci lire di imperiali, mentre dai contratti di affitto arguiamo che il valore degli ovini era ovviamente molto minore, pari a venti soldi di imperiali a capo.
Nei contratti di soccida riguardanti i bovini, il soccidario dichiarava di ricevere un certo numero di capi di bestiame che venivano descritti in maniera piuttosto sobria, limitandosi all'indicazione del colore e del tipo di corna. Il soccidario s'impegnava a consegnare la metà dei nati, la metà del valore dell'animale e la metà degli eventuali proventi.
L'allevamento, effettuato mediante il pascolo libero degli animali - permettendo tra l'altro di rendere più fertili le terre mediante il concime - integrava l'economia contadina locale con la produzione e lo smercio di carni e formaggi, la cui consegna è documentata in particolare dai contratti di locazione di animali.
Nel caso dei bovini, insieme alla mucca, poteva essere affidato al soccidario anche un vitello, il che fa ipotizzare un allevamento per l'ingrasso. Il valore relativamente alto del bestiame, giustificano il possesso di un solo capo addirittura da parte di sei fratelli, i quali, nel 1417, lo affidavano in soccida ad Antonia, vedova di Andrea della Carale de Campo.Il mercato dei bovini non si limitava alla sola Valle, ma era collegato alle terre del lago.
Se i prezzi dei bovini non sono da considerarsi irrisori , ancora più alti erano gli esborsi effettuati in occasione dell'acquisto di bestie da soma come i muli, o da sella come i cavalli. Irrinunciabili "mezzi di trasporto", resistentissimi alla fatica, venivano utilizzati per il trasporto di merci e di persone sui percorsi accidentati e poco sicuri quali quelli di montagna. Non è attestata invece la presenza di maiali, sebbene in un documento del 1432, una località ubicata nel territorio di Pasturo, sia denominata "ad porcilem" e fosse delimitata a nord dalla "fontana de porcile", il che non sembra lasciare dubbi sulla presenza di tali animali.
Per l'allevamento degli ovini, che rivestiva indubbiamente un significato economico rilevante, ci si serviva indifferentemente della soccida o dell'affitto. Questo secondo strumento giuridico aveva normalmente durata triennale come la soccida ma, a differenza di quest'ultimo, prevedeva la restituzione dei capi di bestiame alla scadenza del contratto oppure dell'equivalente in denaro, a discrezione del locatore. Il canone prevedeva la consegna annuale di 12 once di lana per ogni capo ovino allevato, così come la soccida richiedeva invece la consegna annuale di una tonsura di lana, che veniva destinata, alla produzione di drappi locali oppure alla vendita. L'allevamento attirava capitali di un certo rilievo e personaggi di spicco della società locale. Davano bestie in soccida coloro che potevano disporre di ampi mezzi economici, in quanto la totalità del capitale impiegato, veniva recuperata solo a fine contratto.

 

L'ARTIGIANATO TESSILE

Il contratto di commissione di drappi risulta sempre stipulato con una forma tipica: il lavorante si impegnava a fornire, entro un certo termine, "un drappo grezzo, ben tessuto e lavorato , di cinque soldate del peso di ventiquattro libre grosse fatto con lana di Pasturo". La soldata equivaleva a dodici braccia: si tessevano quindi panni che avevano una lunghezza di circa trentacinque metri ed un peso di circa ventun chili, utilizzando lana prodotta in loco. Calcolando che una pecora poteva fornire da mezzo chilo ad un chilo di lana a tonsura, per eseguire un drappo di ventiquattro libre grosse, era necessario disporre della tosa di almeno una ventina di pecore; il numero di ovini dati in soccida - quale risulta dai nostri atti - si aggirava almeno sulla decina di capi, secondo un uso largamente attestato anche nelle valli bergamasche, mentre più numerose erano normalmente le pecore date in affitto. Il mercante committente pagava anticipatamente i drappi, che venivano consegnati a distanza di circa un anno dalla commissione. La somma anticipata dal committente, si configurava talora come un prestito a lungo termine garantito da beni - di solito terreni - che si considerava estinto al momento stesso della consegna del tessuto: si veniva così a creare una sorta di dipendenza economica tra committente e produttore. Di fronte a commissioni più impegnative, che comportavano la produzione di diversi panni, le consegne venivano dilazionate negli anni, pur mantenendo salvo il pagamento anticipato, effettuato sempre in denaro.
A Pasturo i panni venivano generalmente consegnati al committente "sgrezii", cioè non follati, il che starebbe ad indicare che le operazioni di follatura e di finissaggio avvenivano a carico del committente stesso, magari fuori Valle. Negli atti considerati non è testimoniato il ricorso alla folla sul Grinzone che nel 1409 risultava appartenere agli eredi di ser Ambrogio detto Claretus della Chiesa. La situazione potrebbe essere mutata più tardi: Giovanni detto Mazonus, committente di panni nel 1432, già nel 1429 aveva acquistato la terza parte di un mulino e folla sul Grinzone, forse per esaurire in proprio tutte le operazioni relative alla finitura del panno da immettere sul mercato.
L'impressione che si ricava dai dati a disposizione sui produttori di panni, è che essi integrassero i proventi derivati dalla terra e magari dall'allevamento, con la lavorazione di panni di lana. L'estrema lentezza nella confezione dei drappi e la loro consegna dilazionata, potrebbe del resto confermare quest'ipotesi.
I panni confezionati dovevano comunque essere di diversa qualità viste le oscillazioni dei costi di per un solo drappo, valutato per un minimo di 6 lire e 6 soldi fino ad un massimo di 50 lire e 2 soldi di imperiali. Il lascito di un drappo di "lana beretini", destinato ai poveri da Giacomo detto Machagius della Crotta, potrebbe testimoniare la diffusione di panni tessuti con una varietà di filato di colore grigiastro e di valore non elevato accanto alla presenza di panni più fini tessuti con lana nostrana. Sono poi spesso citati nei testamenti, capi di vestiario confezionati in "mezalanam", stoffa realizzata mescolando alla lana cotone o lino. Produzioni queste, tipiche anche delle altre vallate prealpine, dove le stoffe tessute erano di qualità e valore nettamente inferiore a quelle cittadine, per le quali ci si serviva di lana pregiata di importazione.
La commercializzazione dei panni prodotti a Pasturo, secondo le carte del notaio Pastore, era in gran parte controllata da ser Bonus de Arigonis e da ser Ambrogio della Chiesa detto Colombo, almeno stando alle somme da loro investite nelle commissioni di drappi e agli introiti realizzati con le vendite. Ma di fronte alla presenza di questi due committenti, sono più di venti coloro che risultano vendere panni; probabilmente si tratta di artigiani autonomi che producevano drappi senza aver bisogno di anticipi: la loro presenza farebbe ipotizzare una diffusione del lanificio sul territorio, con vendite che solo in rari casi oltrepassavano il singolo drappo.
Spesso citati come protagonisti di transazioni economiche riguardanti i drappi di lana, non solo in Valsassina ma anche in zone vicine, sono gli appartenenti alla famiglia de Campo di Baiedo, presenti sul mercato comasco dove acquistavano tessuti di notevole valore oltre che oggetti in oro.
Un miglioramento qualitativo nella produzione di drappi a Pasturo, potrebbe forse essere testimoniato dalla citazione, in un documento datato 12 agosto 1432, di un impianto utilizzato per tingere le stoffe d'azzurro o forse un luogo di vendita di guado, un colorante estratto da una pianta diffusa nell'area lombarda fino a tutta la metà del Quattrocento. La presenza di tale impianto doveva dunque provvedere a rendere autonoma in tutti i suoi processi la manifattura di Valle, liberandola dal controllo del borgo di Lecco.

 

                                                                                                                      Rosalba Pensotti


* contratto fra le parti che si associano per l’allevamento del bestiame e ripartiscono gli utili in proporzioni stabilite.


IL GRINZONE n.3