Riflessi

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   Ungaretti, scrivendo della ricerca della parola poetica che dica l’essenza di sé, evoca un “porto sepolto”, dal quale il poeta-palombaro, che vi si è calato alla ricerca del “tesoro”, riemerge, ma non con tutto il tesoro, perché resta negli abissi dell’io un “nulla d’inesauribile segreto”; il mistero profondo della vita è, infatti, infinito e, nonostante il faticoso lavoro della ricerca della parola autentica per dirlo, rimane quasi indicibile.
   Non con minore intensità, Antonia Pozzi parla di “parole – vetri”. Pensare al vetro è pensare a qualcosa di molto fragile: e che c’è di più fragile della parola? Se appena la sposti nel verso, può fargli cambiare significato; se la pronunci con un tono di voce piuttosto che con un altro, può diventare dolce, imperiosa, supplichevole; se la usi in modo improprio, può diventare ambigua, può incoraggiare o scoraggiare, può attirare o respingere. La fragilità può trasformare il vetro in molteplici piccoli frammenti, che a nulla servono più e che anzi possono essere occasione di pericolo; possono, al massimo, riflettere ancora un po’ di luce, ma è un “lume” che rimane “in terra” e che non crea immagini, non ri-dice la verità, non rispecchia nessun “cielo”, non illumina nessuna “oscura strada”: un lume inutile. Antonia Pozzi vuole, invece, che le sue parole, la sua poesia quindi, rispecchino il suo “cielo”; ed è importante notare che parla di cielo, non di sé o, meglio, parla di sé, ma della parte più alta di sé, quella che sente più veramente sua, come realtà e come aspirazione; dare ai propri sentimenti, desideri, sogni, vita interiore, il nome di “cielo” è avere coscienza che essi si collocano al di sopra della più banale quotidianità, al di sopra di quella “terra”sulla quale giacciono i frantumi della vetrata. Nella persistenza del lume sparso dai frantumi si può forse leggere la resistenza delle parole non autentiche, che vorrebbero, comunque, imporsi, entrare nella poesia, ma che Antonia rifiuta, perché non rispecchiano il suo “cielo”, non dicono la sua verità, il suo mondo segreto, la sua più profonda interiorità: e non solo perché frantumi; infatti, anche vetri ancora intatti non riflettono”fedelmente” se stessa, impedendo la relazione con l’altro da sé, deformando la verità su di sé per sé e per gli altri. E' il dramma della creazione poetica, che non sempre, anzi raramente, si avverte quando si leggono le poesie di Antonia Pozzi, così aeree, così lievi, o così dure a volte; e invece c'è e bisognerebbe tenerlo sempre presente. 


                                                                             Onorina Dino