Bellezza
Il 3 aprile del 1929 Antonia, diciassettenne, scrive alla nonna Maria da Sorrento, dove sta trascorrendo alcuni giorni con i genitori, entusiasta della bellezza che vede intorno a sé: «che ti prostra in un'ammirazione opprimente e angosciosamente inadeguata allo sfarzo di tutta questa natura. Se una finestra ti ammannisce una porzioncina di mare spazzato dal vento, tu butti lì sopra tutti i tuoi pensieri e stai a vederli giocherellare con le folate che fanno il solletico alla pellicina dell'acqua: il cervello continua a mulinare così, nel vuoto: e più il cielo si fa languido di lunghe carezze rosa, più gli occhi si affisano nel tormento di guardare tutto, di viver tutto, con uno sguardo conscio e degno. E poi, quando l'ovatta grigia delle nubi ha asciugato, all'orizzonte, tutto il sudore perlaceo del mare, il bagliore mite della prima stella ti sembra la divampante voce di tutto questo cielo, che si tende in essa con uno sforzo supremo... Contemplare così non è un riposo; ma è una vita intensissima e bella»1.
Colpiscono, in questa lettera - al di là di alcune espressioni proprie dell'adolescente vivace e insieme sognatrice -, gli aggettivi che Antonia vuole qualifichino il suo sguardo: «conscio e degno». Proprio questo sguardo, che fa da porta d'ingresso alla bellezza della natura, è anche la risposta al turbine delle emozioni che essa le suscita dentro, tanto che lei se ne sente come schiacciata e angosciata, perché non riesce a coglierla e a esprimerla in tutta la sua magnificenza, mentre vorrebbe non perdere nulla, proprio nulla di quello «sfarzo». Finché il «tormento» non si placa nella contemplazione e questa sfocia nel godimento totale, che è rapimento ed estasi.
Solo pensando che Antonia, ancora così giovane, ha questa straordinaria capacità di vivere ciò che vede e sente fino a rivestirsene interiormente, possiamo cogliere il senso profondo di questa poesia e del suo titolo: Bellezza.
Antonia davvero non ha smarrito nulla di ciò che nella sua vita ha vissuto, ha goduto, ha finanche sofferto, per l'intensità dei sentimenti che le hanno colmato il cuore. In una poesia del 1933, La fornace, scriveva, ricordando la meraviglia provata davanti a una fornace accesa: «Si sgranavano in uno stupore / d'incanto le pupille bambine». E nel 1938 scriverà a Dino Formaggio, sul retro di una fotografia: «...a chi tocchi di camminare a lungo da solo per una strada così bella, capita magari di trovarsi ad un tratto disteso per terra tutto in un pianto, perché ci sono soavità così perfette che fanno orribilmente soffrire...»2.
Così, in Bellezza, ritornano, perché sono rimasti indelebilmente scolpiti nel suo pensiero, «cielo e stelle», «montagne» e «mari», «brezza» e «albe remote», «il sole» dei «mattini», dei «meriggi» e dei «tramonti», «favolose rive», e «superstiti colonne», «ulivi e spighe», «cipressi» e «nidi»: sono la sua ricchezza, di cui fa dono a chi ama. Questa poesia può essere definita un inno alla bellezza, ma anche e soprattutto un canto d'amore, di quell'amore che Antonia ha sempre concepito come dono di sé, e che qui domanda soltanto di essere accolto con tutte le visioni indimenticabili di cui si è nutrito e con tutto lo stupore che gliene è derivato. È un amore offerto con pienezza di cuore: «Ti do me stessa» ripete Antonia all'inizio di tre strofe consecutive, come fosse un'urgenza il darsi e come un ritornello che possa imprimersi nel cuore dell'altro e sollecitarvi una risposta. E poi, ogni volta, raccoglie tra le mani una parte di quella ricchezza-bellezza che ormai è parte di sé e la offre. L'ultimo dono, poi, compendia e spiega il «me stessa» delle strofe precedenti: «E tu accogli la mia meraviglia / di creatura». Ecco, Antonia, in mezzo a tante bellezze della natura, chiamate ciascuna per nome, non rivendica per sé che la definizione di creatura, l'essere anche lei parte dell'universo, e parte molto piccola - uno «stelo» -, immagine di grazia ma anche di fragilità.
E tuttavia il paragone è ancora più sottile e profondo: non è tanto lo stelo in sé che rappresenta la poetessa quanto il suo «tremito». È proprio questo «tremito», che potremmo tradurre con fremito, che rende lo stelo «vivo» di una vita unica. Ancora più fragile e insignificante appare lo stelo per la grandezza infinita in cui Antonia lo situa - «nel cerchio degli orizzonti» - dove rischia di scomparire. Ma lo «stelo» è «vivo», così vivo che, affascinato dal «vento / limpido - della bellezza», si piega per assecondarlo e per immergersi nel suo splendore. E ne emerge pieno di «meraviglia».
L'inno alla bellezza e il canto d'amore si rivelano anche preghiera di offerta - «Ti do me stessa», «accogli» - e si conclude con una preghiera di domanda - l'unica in tutta la poesia - e il ritorno alla contemplazione della bellezza, che trova finalmente il suo autore: «e tu lascia ch'io guardi questi occhi / che Dio ti ha dati, / così densi di cielo - / profondi come secoli di luce / inabissati al di là / delle vette -».
Suor Onorina
1 A. Pozzi, Ti scrivo dal mio vecchio tavolo. Lettere1919-1938, p. 85.
2 A. Pozzi, Nelle immagini l'anima, a cura di L. Pellegatta e O. Dino, Ancora. Milano 2018, p. 104.
IL GRINZONE n.90