Sera d'aprile

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Avvertiamo, all’istante, lo scarto tra quel “batte” posto in prima linea, ad apertura di poesia, e l’avverbio “soavemente” che subito l’accompagna, creando una specie di ossimoro. Ed ecco che il predicato “batte”, grazie proprio a quest’avverbio, perde la sua carica di durezza, di suono quasi violento, e si trasforma in un ticchettìo leggero, come di mani le cui dita si rincorrono su una tastiera e ne fanno uscire note leggere, che pervadono la piccola scena che segue di una musica dolce, delicata, appunto ”soave”. Ma il termine “batte” rimanda, per la sua brevità e rapidità di pronuncia, a un gesto veloce, istantaneo, com’è appunto il picchiettare sui vetri per richiamare l’attenzione di chi vi sta dietro; sicché in questo verso la luna, da protagonista inanimata e quindi inconsapevole, diventa protagonista vera, in azione, anche se Antonia non la vede ma può solo immaginarla, guardando le primule rischiarate dalla sua luce. E ci accorgiamo soltanto ora che il vaso di primule, anch’esso inconsapevole, svolge tuttavia una funzione, un ruolo: su di esso la luna riversa tutta la sua trasparenza luminosa, a rendere più vive le primule sulle quali converge lo sguardo affascinato di Antonia. Lì avviene l’incontro tra Antonia e la luna. Potremmo essere tentati, allora, di sintetizzare questa breve poesia con un altro titolo: Antonia e la luna. Ma non saremmo ancora entrati nel suo cuore più profondo. Dobbiamo andare oltre e leggere che la luna è «stupita» e «sola»: due aggettivi marcati dal loro essere “soli”, scanditi, come sono, con la virgola e l’a capo, tanto da risultare i versi più visibili di tutto il testo. Così Antonia scrive di pensare la luna: «stupita» e «sola». E noi siamo tentati di stupirci, a nostra volta, non tanto per il “sola”, perché necessariamente le stelle, anche se fossero vicine alla luna, non potremmo vederle, annullate come sono dalla sua luce; ma “stupita”? E allora dobbiamo ritornare al primo verso, a quel “soavemente” che, oltre a farci sentire l’orecchio musicale di Antonia, ci fa vedere l’occhio dell’artista Antonia che nel fascio di luce lunare, che la interpella attraverso i vetri, legge uno sguardo di stupore, che è il suo stesso stupore. E perché è stupita la luna? Forse perché scopre dietro quei vetri, nello sguardo di Antonia, che contempla la bellezza nuova delle sue primule, una solitudine simile alla sua. E finalmente scopriamo che due solitudini si sono incontrate, anche se molto lontane: una «nel prato azzurro del cielo», l’altra nella sua stanza, dietro i vetri di una finestra, davanti a un vaso di primule. E ci conforta questa sera di primavera, con i suoi colori tenui e la sua musica soave, con i suoi primi fiori dischiusi sotto due sguardi spalancati, stupiti l’uno dell’altro, proiettati l’uno nell’altro: è la meraviglia dell’incontro, di una vita che si immedesima in un’altra vita e gode di quella intensa comunione, tanto da proiettare la terra in cielo, divenuto «prato azzurro», e il cielo sulla terra, dietro una vetrata. Così la creatura «stupita» e «sola», che ha nome Antonia, ora è ancora più stupita perché non è più sola. Tutto questo accade in una sera d’aprile.

 

                            

                                                                                Suor Onorina Dino




IL GRINZONE n. 87