Nevai

Si potrebbe dire, dopo aver letto questa poesia, che Antonia abbia scritto, senza averne forse alcuna intenzione, una sua rapida e illuminante biografia interiore. Rapida, in ventun versi che si alternano, ora lunghi, ora molto brevi, come un paesaggio di montagna, dove le cime offrono visioni di rocce spoglie e di precipizi vertiginosi, di dolci pendii e vallate bianche di neve o verdi di pini e di abeti. L'«io fui», che si ripete anaforicamente all'inizio della seconda strofa e che in parte viene ripreso nell'«io» del terzo e dell'undicesimo verso della prima, ci mette subito di fronte a un suo ritratto, ma con l'avvertenza, nascosta in quel verbo al passato remoto, così breve e fugace, che quello è un ritratto d'altri tempi, tempi lontani, ormai fuggiti, irrecuperabili.
Antonia ha trascorso alcuni giorni di inizio gennaio 1934 a Madonna di Campiglio, insieme ad Alba Binda, compagna di liceo prima e poi di università. La poesia nasce, quindi, a seguito di questa esperienza.
La prima immagine che è rimasta impressa nel cuore e negli occhi di Antonia è «il giorno alto», espressione difficile da interpretare, se non ci fosse precisata da quel complemento di luogo, «oltre gli abeti», che indica una grande lontananza, e ci fa intuire che Antonia allude proprio alle vette, dove tutto è bianco di neve, dove «campi e monti» sono «luce» e il giorno è «alto», non solo perché in cima ai monti ma anche perché lì la luce dura a lungo, più a lungo che nelle valli, nelle quali l'ombra scende assai presto. E se campi e monti sono luce, tanto più luce sarà il cielo sopra di essi. Ma un'altra nota, alta almeno quanto il verbo «fui», è il verbo «vive» che chiude il primo verso, così che, se il «fui» dell'inizio mette l'accento sulla precarietà dell'indimenticabile esperienza vissuta e ne fa sentire l'intensità, con il tono fiabesco che il passato remoto conferisce al racconto poetico, il verbo «vive», con tutta la forza del presente indicativo, fa capire che, se l'immersione nella luce delle vette è stata breve, è stata però così profonda da rimanere stampata nei suoi pensieri, nei suoi occhi, per sempre. Ma la bellezza contemplata con gli occhi è superata da quella immaginata. Antonia conosce molto bene la montagna, sa quanti fiori la popolano durante l'estate, perciò, là dove tutto è neve, dove le genziane sono «sopite», dove i laghi sono «morti», può sognare «un'immensa città di fiori / sepolta», che invece rivivrà e darà nuovo splendore alla montagna. E lo afferma con l'autorità della prima persona - «Io sognai» -, incoraggiata forse dal «canto» delle «onde / prigioniere», che nessun altro può sentire, perché è «sussurrato» solo a lei. Che cosa dice quel «canto» di «onde / prigioniere» che dovrebbe essere, invece, un pianto? Quali segreti sussurra al cuore di Antonia? O quali desideri profondi anima e sostiene con le sue parole che solo Antonia intende? Forse la risposta è proprio in quell'«Io sognai»: una risposta che canta la speranza oltre la delusione, la vita oltre la morte. Sempre in molte poesie di Antonia c'è questa tensione, questa contesa.
La seconda strofa, pur separata da una pausa, è strettamente connessa con la prima, ma la montagna fa solo da sfondo all'«io» iniziale, che ritorna e si impone sullo sfondo delle rocce battute dal vento: «io fui sui monti / come un irto fiore». Ecco l'autoritratto di Antonia: «un irto fiore», una stella alpina.
Quante cose di sé Antonia nasconde e, allo stesso tempo, rivela, senza darlo troppo a vedere, in questo paragone così brusco, improvviso e inatteso, con un fiore che pare non avere nulla di delicato, ma solo ruvidezza e forza che gli consentono di sopportare il gelo delle nevi e dei ghiacci come pure i cocenti raggi del sole estivo, e di vivere in solitudine, a cielo aperto e sotto le brucianti sferzate del vento.
Non è forse Antonia, come «l'irto fiore», sottoposta alle ventate ora gelide ora infuocate della vita? Non sta sopportando rifiuti, negazioni, amare incomprensioni, solitudine? Eppure ha ancora la forza di stare diritta, diritta nella sua coscienza, nonostante lo strazio di rivivere fra sé e sé la gioia di un'«estate» che lei chiama «remota»: tanto grande è l'abisso che si è aperto nel suo cuore di giovane donna costretta a spegnere il fuoco che l'amore le aveva acceso nel cuore. E non c'è una data, un anno preciso per individuare questa estate: dal 1929 all'estate del 1933 tutte le estati possono convergere in questa. Estati di amore desiderato, in parte vissuto, in gran parte ostacolato; estati di passione, d'amore e di dolore, perciò indefinibili se non con l'aggettivo «remote», che le rende lontane, sognate e finite.
Una sottintesa tristezza circola in tutta questa poesia, nascosta tra Io splendore del «giorno alto», il canto sussurrato dalle «onde prigioniere» dei «laghi morti» e il canto forte, e tuttavia malinconico, di Antonia.
E se ascoltiamo, in silenzio, le ultime parole della poesia, possiamo forse avvertire quanta malinconia stilli dagli «amari rododendri» di quell'«estate remota» ritornata prepotentemente alla soglia del cuore.
Suor Onorina
IL GRINZONE n.91