Prati

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Prati è l’ultima delle non molte poesie scritte da Antonia nel 1931, anno in cui nulla è cambiato nella sua vita rispetto al precedente: né l’atteggiamento di Roberto Pozzi, che insiste, con le sue intimazioni pesanti, perché la figlia rompa ogni rapporto con Antonio Maria Cervi, né l’atteggiamento critico di Cervi rispetto alla mancanza in lei di un preciso credo religioso, come si può intuire dalla pochissima corrispondenza giunta fino a noi.

 

   Inoltre il 1931 vede Antonia per due mesi e mezzo in Inghilterra, dove il padre le ha “regalato” una vacanza-studio, se vogliamo chiamarla così: in realtà una specie di esilio, per tenerla lontana da Cervi.

   In questo periodo Antonia si interroga continuamente su ciò che Antonello le rimprovera: non avere la fede tradizionale sua e della sua famiglia. Inoltre la sua grande amica, Lucia Bozzi, le ha fatto capire che sta decidendo di fare per la propria vita una scelta decisamente religiosa, e anche questo costringe Antonia a nuovi interrogativi. Il 12 novembre lei scrive, nella poesia L’anticamera delle suore: «Forse hai ragione tu: / forse la pace vera / si può trovare solamente / […] in un’anticamera di collegio, […] dove […] incontro alla notte si va / con un proprio lume alto acceso». Antonia non è indifferente al problema religioso, ma vorrebbe trovare risposte convincenti, penetrare nel mistero. In Risveglio notturno, dell’ottobre precedente, dopo una notte travagliata spiritualmente e accompagnata da pioggia e vento, si era chiesta: «Dov’era Dio?». Il 5 novembre scrive a Elvira, l’altra grande amica: «[…] sei stata tanto buona, Elvira, a ricordarti della mia solitudine! Io vi sentirò sempre, te e la Lucia, vicine a me, lungo le strade buie. Tutto che di fervido, di turgido viveva in me, animato da voi, si smorza, si appiattisce, ma forse acquista in solidità; e questo rientrare nei limiti […], non è senza una pacata e ferma dolcezza. Forse, così, la strada che ho dinnanzi mi sembra anche più ardua, ma forse anche, da oggi, una Luce nuova discende sulla mia umiltà nuova»

Questi pochi accenni ci illuminano sullo stato d’animo di Antonia, sui pensieri che attraversano la sua mente nel momento in cui scrive Prati, il 31 dicembre 1931. Ed ecco che la poesia Prati diventa una riflessione pacata, ma seria e puntuale, sulle convinzioni che si sono accumulate nella mente e nel cuore di Antonia come risposte alle domande che l’hanno più insistentemente assillata.

Nella prima strofa Antonia nega una per una tre di queste convinzioni, certamente quelle che maggiormente l’hanno tormentata e l’hanno fatta scontrare con Antonello. Non sono negazioni decise, nette, perché il «Forse» che apre la meditazione le attutisce, ma c’è tanta forza in ciascuna di esse, tanto desiderio e tanta volontà di arrivare a una conclusione che illumini di verità la sua vita. E allora, ecco, «Forse» hai sbagliato tutto - sembra dire Antonia a se stessa -. Hai pensato che «questa vita […] è un nulla»: «Forse» non è vero. Hai pensato che «la luce» che finalmente ti apriva gli occhi sul senso della vita «è un abbaglio»: «Forse» non è vero. Hai pensato che la meta che ti eri prefissata era solo «un sogno», un’illusione per coprire la tua incapacità di affrontare la vita: «Forse» non è vero. Niente è vero di tutto ciò per cui ti arrovelli giorno e notte.

   Lo spazio bianco che separa la prima strofa dalla successiva introduce una nuova intuizione, quasi una certezza; infatti il «Forse» che apre la seconda strofa risulta più debole di quello che apre la poesia, seguito com’è dall’avverbio «davvero» che rafforza e conferma il nuovo pensiero: «la vita è […] / un soffio eterno che cerca / di cielo in cielo / chissà che altezza».

Questo Antonia ha scoperto «nei giorni giovani» e ancora sente dentro di sé questa verità e l’ansia della ricerca: «di cielo in cielo». E dietro questi cieli che non finiscono mai non c’è forse Dio? Infinito ed eternità hanno rapito Antonia fin dalla fanciullezza e ancora la stringono in un abbraccio d’amore.

Ma Antonia non si illude, ha occhi aperti sulla propria realtà, perché l’affronta ogni giorno, e quando scrive questa poesia la sta vivendo molto faticosamente. Perciò – «come l’erba dei prati» che «non sa balzare su dalla terra» per seguire il fascinoso invito del vento a seguirlo nel volo – lei non trova in sé la forza per aprirsi al mistero.

   Il finale della poesia ci regala un ritratto interiore di Antonia, che potrebbe essere anche nostro, di ogni uomo: l’umile riconoscimento della fragilità umana e al tempo stesso l’invincibile eterno bisogno di superarla con un atto di affidamento e di abbandono.

 

                                                                                         Suor Onorina Dino



IL GRINZONE n. 86