Sogno e risveglio sulla terra

 

A mezzogiorno si sfiancò il galoppo

dei puledri sui prati.

Tu guardavi

inalberarsi ai làrici i cavalli

sauri del sole:

così prona tra ciuffi di ginestra —

e in lunghi istanti

poi sparivi alla terra.

 

Fondo nodo

di una radice: e fu muta magìa

quando cani lentissimi ti sorsero

a fronte nel crepuscolo —

grandi e giovani, bianchi e neri —

e apristi lene fiamma

d'umiltà

nei loro occhi

castani.

 

Ora si torce

acre tra i rovi la tua voglia gracile

della vita: e sei giglio

improvviso sul bordo di una forra

quando fresca nel vento

ti solleva

la tua rossa brughiera.

 

11 maggio 1937

 

Sonno e risveglio sulla terra

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Gli occhi di Antonia Pozzi si spalancano e dal suo sguardo affascinato nascono sensazioni e sentimenti non solo suoi ma anche degli altri protagonisti del testo: animati, come i puledri e i cani; e inanimati, come i prati, i larici, il sole, la ginestra, la terra, i rovi, la forra, il vento, la brughiera. Un universo di fiaba e di colori si dipana intorno all’autrice e afferra il suo cuore. Occhi e cuore si muovono all’unisono: gli occhi vedono, il cuore vibra, la poesia si compone.

La capacità dell’adolescente che dopo aver contemplato la natura sapeva esprimerla nei suoi disegni di mele rosse e gialle, di rami di quercia, di pigne mature, di ciliegie color rosso scuro, di ricci di castagno, diventa qui padronanza e cura della parola, rappresentazione viva di ciò che dall’esterno è penetrato nello spirito.

Ed ecco il verde dei prati e dei larici, la luce del sole meridiano tra i larici, il giallo oro della ginestra, il bianco e il nero dei cani, i colori dei rovi, il rosso della brughiera.

E c’è la terra, ma quale terra? Non solo quella verdeggiante di prati, ma la terra come luogo di vita, per cui «sparire alla terra» può voler dire per Antonia diventare «fondo nodo / di una radice» che, nei «lunghi istanti» di nascondimento, di silenzio e di sonno, si nutre del paesaggio contemplato, cogliendolo in tutta la sua bellezza e in tutta la sua forza. I «cani […] grandi e giovani», «lentissimi» per la stanchezza delle corse, a snidare e forse inseguire la preda, non hanno più nulla del loro ardore, del loro furore. Sfibrati come sono, l’accoglienza di Antonia, le sue carezze, suscitano nei loro «occhi castani» un tratto di umanità: sono diventati mansueti, umili; non solo: il crepuscolo, con la sua luce incerta, toglie loro la materialità del corpo, li rende quasi trasparenti, quasi aerei.

Forse è tutto questo splendore che spinge la poetessa a nascondersi, a «sparire alla terra»; la sua voglia di vita si fa gracile quasi come quella dei cani che sono divenuti «lentissimi»

Ma mentre i cani, la cui voglia di vita si è sfogata nella furia della caccia e ora si godono il riposo e le carezze, la «voglia» [...] della vita» di Antonia è aspra e al tempo stesso gracile, fragile come quella di un «giglio / improvviso sul bordo di una forra», che rischia di essere strappato dal vento e di precipitare da un momento all’altro nella forra. Così il giglio di cui Antonia, magistralmente, non dice il colore, definisce invece la sua vita, in un rapido autoritratto che potrebbe apparire senza speranza se non ci fosse quell’attributo «fresca» e quel predicato «ti solleva» che fanno pensare che la speranza non è ancora morta anche se il «giglio improvviso» sorge «sul bordo di una forra».

 

                                                                                                      Suor Onorina Dino

 

 

 

IL GRINZONE n.92

 

Nevai

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Si potrebbe dire, dopo aver letto questa poesia, che Antonia abbia scritto, senza averne forse alcuna intenzione, una sua rapida e illuminante biografia interiore. Rapida, in ventun versi che si alternano, ora lunghi, ora molto brevi, come un paesaggio di montagna, dove le cime offrono visioni di rocce spoglie e di precipizi vertiginosi, di dolci pendii e vallate bianche di neve o verdi di pini e di abeti. L'«io fui», che si ripete anaforicamente all'inizio della seconda strofa e che in parte viene ripreso nell'«io» del terzo e dell'undicesimo verso della prima, ci mette subito di fronte a un suo ritratto, ma con l'avvertenza, nascosta in quel verbo al passato remoto, così breve e fugace, che quello è un ritratto d'altri tempi, tempi lontani, ormai fuggiti, irrecuperabili.

Antonia ha trascorso alcuni giorni di inizio gennaio 1934 a Madonna di Campiglio, insieme ad Alba Binda, compagna di liceo prima e poi di università. La poesia nasce, quindi, a seguito di questa esperienza.

La prima immagine che è rimasta impressa nel cuore e negli occhi di Antonia è «il giorno alto», espressione difficile da interpretare, se non ci fosse precisata da quel complemento di luogo, «oltre gli abeti», che indica una grande lontananza, e ci fa intuire che Antonia allude proprio alle vette, dove tutto è bianco di neve, dove «campi e monti» sono «luce» e il giorno è «alto», non solo perché in cima ai monti ma anche perché lì la luce dura a lungo, più a lungo che nelle valli, nelle quali l'ombra scende assai presto. E se campi e monti sono luce, tanto più luce sarà il cielo sopra di essi. Ma un'altra nota, alta almeno quanto il verbo «fui», è il verbo «vive» che chiude il primo verso, così che, se il «fui» dell'inizio mette l'accento sulla precarietà dell'indimenticabile esperienza vissuta e ne fa sentire l'intensità, con il tono fiabesco che il passato remoto conferisce al racconto poetico, il verbo «vive», con tutta la forza del presente indicativo, fa capire che, se l'immersione nella luce delle vette è stata breve, è stata però così profonda da rimanere stampata nei suoi pensieri, nei suoi occhi, per sempre. Ma la bellezza contemplata con gli occhi è superata da quella immaginata. Antonia conosce molto bene la montagna, sa quanti fiori la popolano durante l'estate, perciò, là dove tutto è neve, dove le genziane sono «sopite», dove i laghi sono «morti», può sognare «un'immensa città di fiori / sepolta», che invece rivivrà e darà nuovo splendore alla montagna. E lo afferma con l'autorità della prima persona - «Io sognai» -, incoraggiata forse dal «canto» delle «onde / prigioniere», che nessun altro può sentire, perché è «sussurrato» solo a lei. Che cosa dice quel «canto» di «onde / prigioniere» che dovrebbe essere, invece, un pianto? Quali segreti sussurra al cuore di Antonia? O quali desideri profondi anima e sostiene con le sue parole che solo Antonia intende? Forse la risposta è proprio in quell'«Io sognai»: una risposta che canta la speranza oltre la delusione, la vita oltre la morte. Sempre in molte poesie di Antonia c'è questa tensione, questa contesa.

La seconda strofa, pur separata da una pausa, è strettamente connessa con la prima, ma la montagna fa solo da sfondo all'«io» iniziale, che ritorna e si impone sullo sfondo delle rocce battute dal vento: «io fui sui monti / come un irto fiore». Ecco l'autoritratto di Antonia: «un irto fiore», una stella alpina.

Quante cose di sé Antonia nasconde e, allo stesso tempo, rivela, senza darlo troppo a vedere, in questo paragone così brusco, improvviso e inatteso, con un fiore che pare non avere nulla di delicato, ma solo ruvidezza e forza che gli consentono di sopportare il gelo delle nevi e dei ghiacci come pure i cocenti raggi del sole estivo, e di vivere in solitudine, a cielo aperto e sotto le brucianti sferzate del vento.

Non è forse Antonia, come «l'irto fiore», sottoposta alle ventate ora gelide ora infuocate della vita? Non sta sopportando rifiuti, negazioni, amare incomprensioni, solitudine? Eppure ha ancora la forza di stare diritta, diritta nella sua coscienza, nonostante lo strazio di rivivere fra sé e sé la gioia di un'«estate» che lei chiama «remota»: tanto grande è l'abisso che si è aperto nel suo cuore di giovane donna costretta a spegnere il fuoco che l'amore le aveva acceso nel cuore. E non c'è una data, un anno preciso per individuare questa estate: dal 1929 all'estate del 1933 tutte le estati possono convergere in questa. Estati di amore desiderato, in parte vissuto, in gran parte ostacolato; estati di passione, d'amore e di dolore, perciò indefinibili se non con l'aggettivo «remote», che le rende lontane, sognate e finite.

Una sottintesa tristezza circola in tutta questa poesia, nascosta tra Io splendore del «giorno alto», il canto sussurrato dalle «onde prigioniere» dei «laghi morti» e il canto forte, e tuttavia malinconico, di Antonia.

E se ascoltiamo, in silenzio, le ultime parole della poesia, possiamo forse avvertire quanta malinconia stilli dagli «amari rododendri» di quell'«estate remota» ritornata prepotentemente alla soglia del cuore.

                                                                                                                                                                                                                         Suor Onorina

 

 

IL GRINZONE n.91

 

 

 

 


 Nevai

 

Io fui nel giorno alto che vive

oltre gli abeti,

io camminai su campi e monti

di luce -

Traversai laghi morti - ed un segreto

canto mi sussurravano le onde

prigioniere -

passai su bianche rive, chiamando

a nome le genziane

sopite -

Io sognai nella neve di un'immensa

città di fiori

sepolta –

 

io fui sui monti

come un irto fiore -

e guardavo le rocce,

gli alti scogli

per i mari del vento -

e cantavo fra me di una remota

estate, che coi suoi amari

rododendri

m'avvampava nel sangue –

 

l° febbraio 1934

 

  


 Bellezza

 

Ti do me stessa,

le mie notti insonni,

i lunghi sorsi

di cielo e stelle - bevuti

sulle montagne,

la brezza dei mari percorsi

verso albe remote.

 

Ti do me stessa,

il sole vergine dei miei mattini

su favolose rive

tra superstiti colonne

e ulivi e spighe.

 

Ti do me stessa,

i meriggi

sul ciglio delle cascate,

i tramonti

ai piedi delle statue, sulle colline,

fra tronchi di cipressi animati

di nidi -

 

E tu accogli la mia meraviglia

di creatura,

il mio tremito di stelo

vivo nel cerchio

degli orizzonti,

piegato al vento

limpido - della bellezza:

e tu lascia ch'io guardi questi occhi

che Dio ti ha dati,

così densi di cielo -

profondi come secoli di luce

inabissati al di là

delle vette -

  

4 dicembre 1934