1972-1994: LA DITTA GAMA A PASTURO
Trent’anni fa, nel 1994, a Pasturo chiudeva la Ditta GA.MA, dove hanno prestato servizio fino ad un massimo di 130 persone, un centinaio di donne e una trentina di uomini, prevalentemente di Pasturo.

Nel 1972 il signor Sandro Gatti, titolare di una Ditta di confezioni a Triuggio, apriva a Pasturo una nuova attività in un capannone sulla Provinciale. Nella Ditta, che inizialmente si chiamava DELTA e poi GAMA (Gatti Manifatture), si confezionavano soprattutto capi spalla e pantaloni per uomini; tutti i giorni venivano da Triuggio alcuni capi-operai per insegnare il lavoro, assieme ad alcune donne già esperte in quanto lavoratrici negli altri stabilimenti del signor Gatti. A coordinare i lavori c’era il signor Sergio Franzini e la moglie Rosanna (nipote della signora Rosetta, moglie del titolare).
Gradualmente vengono assunte molte ragazze e donne di Pasturo e dei paesi vicini ed anche alcuni giovani. Qualcuno ricorda ancora quasi la “processione” dal paese alla Provinciale di tutte le operaie col grembiule blu… Alcune di loro ricordano ancora quel periodo come un momento in cui, oltre al lavoro, c’era pure amicizia e allegria anche se, in particolare quando era presente la signora Rosetta, bisognava “filare diritti”.
Purtroppo capitava anche qualche incidente, come ben ricorda Orietta. Assunta da appena un anno e impegnata nel reparto stiratura, il 19 febbraio del 1985, mentre stava stirando con la pressa da stiro le maniche delle giacche, la mano e l’avambraccio le sono rimasti schiacciati dal coperchio della pressa che si è bloccato e non si riusciva più a rialzare, con emissione di vapore ad oltre 150 gradi: “Un dolore terribile anche perché hanno impiegato oltre 10 minuti a liberarmi il braccio che a quel punto era… meglio non ricordare. Ricordo invece che alcune colleghe sono svenute, mentre io urlavo dal dolore. Mi hanno portato al Pronto soccorso di Lecco e poi a Bergamo dove sono rimasta per due mesi ed ho subito ben quattro interventi. Poi è iniziata la ricostruzione delle dita con la chirurgia plastica e successivamente la riabilitazione. Solo dopo un anno sono riuscita a rientrare al lavoro, sempre nel reparto stiratura ma col ferro da stiro normale! Successivamente, tramite un avvocato ho fatto causa alla Ditta, perché sulla pressa non era attivato il sistema di sicurezza, ed ho ottenuto un risarcimento come pure l’invalidità parziale da parte dell’INAIL”.
L’attività prosegue, la Ditta ha diverse commesse anche da clienti importanti, ci sono nuove assunzioni ed il clima complessivo è positivo, come mi raccontano alcune donne che vi lavoravano.
Nel 1985 scoppia una vertenza sindacale in quanto la GAMA minaccia la chiusura dello stabilimento. Vengono coinvolte anche le istituzioni locali, in particolare il Comune e la Comunità Montana. La trattativa non è per nulla facile, con momenti anche di grossa tensione e col possibile blocco, da parte delle operaie, della strada provinciale. Ero in quel periodo Sindaco di Pasturo e ricordo che una possibile soluzione - sollecitata dalla proprietà ma condivisa anche dalle rappresentanze sindacali - sembrava essere l’ampliamento dello stabilimento con l’introduzione di altri reparti, come quello di taglieria, e l’ampliamento di quelli esistenti come la stiratura, che avrebbero permesso un’attività completa “in loco”. Non era per nulla facile perché i terreni confinanti erano di proprietà di altri imprenditori e trovare un accordo richiedeva una precisa disponibilità da parte di tutti. Finalmente il 16 dicembre tutti gli interessati (Orlandi Giancarlo, Agostoni Fausto, don Tullio Vitali - anche la Parrocchia possedeva un mappale nell’area - e Pigazzi Giovanni) hanno dato il loro assenso assieme al sottoscritto come Sindaco e al geometra Mazzoleni Antonio, vicesindaco. I Titoli dei giornali che prima recitavano “Pasturo e la vicenda GAMA: manca spazio. Lavoro addio” (La Provincia 10.12.85); “Per la Gama a Pasturo cercasi un’area disperatamente” (Il Giornale di Lecco, 16.11.85), sono diventati “Trovata l’area per la GAMA, Pasturo respira” (Il Giornale di Lecco, 26.1.86).
La GAMA può pertanto ampliarsi e ripartire, aumentando anche i dipendenti. Mentre all’inizio si faceva solo confezionamento, in particolare divise militari per l’aeronautica ma anche per il personale delle autostrade, si è iniziato a produrre direttamente diversi capi di abbigliamento maschile, giacche, pantaloni, cappotti e soprabiti, anche perché col tempo alcune delle operaie erano diventate particolarmente esperte.
Nel frattempo la proprietà passa dal signor Sandro ai figli, Pierluigi ed Elio. I titolari iniziano anche ad acquisire altri stabilimenti in diverse località (Mondovì, Brescia ecc.) e, oltre al lavoro nello stabilimento, la GAMA offre a una quindicina di donne lavoro a domicilio, a Pasturo ma anche nei paesi vicini. Ogni giorno si portano alle lavoratrici esterne i capi da cucire e si riprendono quelli già confezionati. “Complessivamente si producevano circa 400 giacche al giorno” mi dicono.
Tuttavia, a distanza di alcuni anni, ricominciano i problemi. Nel maggio del 1991 ben 22 dipendenti ricevono la lettera di licenziamento, ufficialmente dovuto a “una ristrutturazione aziendale”. In realtà, così ricordano alcune delle donne rimaste senza lavoro, la “scelta” non ha rispettato le indicazioni della legge, anzi alle dipendenti rimaste si chiedeva di fare anche varie ore di straordinario “in nero”. Ci sono anche problemi relazionali perché non scatta quella solidarietà fra lavoratori che forse ci si aspettava. Viene comunque intentata assieme al sindacato una causa con la Ditta che si conclude dopo oltre un anno con l’accettazione, concordata fra gli avvocati della Ditta e dei Sindacati, anche se non condivisa pienamente da tutte le lavoratrici, di un risarcimento pecuniario da parte del Gatti pur di rinunciare al processo.
Biazzi Stefania, assunta nel 1981, ricorda che si lavorava come in una catena di montaggio, con i capireparto come guardiani; ciascuna lavoratrice aveva una propria mansione, terminata la quale inseriva il proprio numero di matricola così partendo da eventuali “errori” si poteva risalire al “colpevole”. Prima c’era il taglio (le maniche, il collo, la spalla, le tasche ecc.) poi si passava al cucito. Lei era addetta alle asole sia sul petto che sulle maniche. Poi occorreva togliere le imbastiture e passare al collaudo prima della stiratura. Anche Biazzi, 32 anni, sposata con un figlio, è fra le 22 licenziate e così scrive in un suo diario: “Abbiamo cento ragioni per opporci al licenziamento ma gli avvocati ci dicono che andando a processo non si è sicuri che il giudice arrivi a condannare il Gatti per cui si rischia troppo. E poi il Gatti potrebbe, se perde, ricorrere fino alla Cassazione… Fra l’altro molte di noi nel frattempo hanno trovato un altro lavoro. Io lavoro come collaboratrice familiare presso Anghileri Rodolfo e non so se accetterei di tornare alla GAMA. Comunque provo tanta rabbia, delusione, amarezza e la certezza di aver subito un’ingiustizia”.
All’udienza del 3 giugno 1992 viene concordato un risarcimento di sette milioni di lire.
Come Sindaco, a seguito dei licenziamenti e di altre avvisaglie negative, ho scritto ai Parlamentari e ai Consiglieri Regionali lecchesi per segnalare la difficile situazione della Ditta. Fra l’altro, mi racconta un’altra ex lavoratrice, un giorno sono arrivati anche alcuni cinesi a visitare la fabbrica. Quando uno di loro ha iniziato a scattare foto dei macchinari e del tipo di lavoro, la signora Rosetta gli ha preso la macchina fotografica dicendo: “Qui se si vuole si impara, ma non si fotografa…”.
Si arriva così al 1993 quando la fabbrica viene presidiata dai lavoratori, che dal mese di aprile non ricevono lo stipendio e temono anche il possibile trasferimento dei macchinari, e la tensione aumenta. Forse i proprietari si erano ingranditi troppo, avevano acquisito altri stabilimenti ed avevano accumulato molti debiti (si dice anche con acquisti di immobili per sé in zone turistiche). Anche alcuni investimenti significativi si rivelano purtroppo sbagliati. La situazione finanziaria è disastrosa per cui ad un certo momento anche i fornitori, che non vengono pagati, non consegnano più i tessuti…
Il 23 settembre dello stesso anno si tiene presso il salone del cine-teatro di Pasturo un’Assemblea molto partecipata dai dipendenti GAMA, dai sindacati, dagli amministratori locali e non solo, ma la situazione non si sblocca. Continuano i picchetti, gli scioperi, alcune operaie vanno anche in Regione a far sentire la propria voce di protesta.
L’epilogo arriva, nel gennaio 1994, con la sentenza di fallimento emessa dal Tribunale. In parte una sorpresa ma soprattutto un dramma per tutti i lavoratori, anche per la famiglia Franzini, i cui componenti di fatto lavoravano tutti per la GAMA.

Col supporto dei Sindacati si fanno le istanze per ottenere almeno la Cassa Integrazione che finalmente viene concessa in due tranches per il periodo 19 gennaio 1994 - 18 gennaio 1995. Si cercano diverse soluzioni fra cui si fa strada la proposta di costituire una Cooperativa delle ex dipendenti: la propone un manager torinese, Mario Mosso, che assicura delle commesse garantite per almeno cinque anni da parte della società “Intima moda” di Modena. Le perplessità però sono troppe e le adesioni poche per cui anche tale proposta viene accantonata.
Una storia, quella della GAMA, che ha costituito per Pasturo un momento positivo all’inizio ma che purtroppo, dopo 20 anni, si è chiusa senza prospettive, dopo aver incrociato la vita di molti giovani, soprattutto donne. Citarle tutte è impossibile e forse si farebbe prima a dire i nomi di quelle che, per un periodo più o meno lungo, non vi hanno lavorato...
Giampiera ha lavorato alla Gama dall’inizio alla chiusura: “ricordo la prima riunione all’albergo Grigna con molte ragazze del paese durante la quale i signori Gatti hanno proposto l’assunzione. Io sono sempre stata al reparto cucitura, in particolare attaccavo le tasche delle giacche. Devo dire che personalmente mi sono sempre trovata bene sia con le colleghe che con i proprietari, anche se non mi piacevano le sfuriate che a volte la signora Rosetta aveva con qualche collega. Nell’ultimo periodo la situazione era più tesa anche perché era stato introdotto il ‘tempista’ che cronometrava i tempi di esecuzione di ogni operazione, senza tener conto che ci possono essere anche degli inconvenienti, dal filo che si rompe o altro. Dopo la chiusura definitiva ho potuto avere un anno di mobilità perché non avevo ancora quarant’anni mentre i dipendenti dai 40 ai 50 anni ne hanno avuti due e quelli sopra i 50 tre”.
Un’altra lavoratrice, Eugenia, assunta alla GAMA dall’apertura alla chiusura delle attività, condivide: “All’inizio ero addetta alla cucitura delle maniche, poi gradualmente ho iniziato a cucire anche tutte le altre parti della giacca per cui spesso ero chiamata a sostituire le persone che per qualche motivo erano assenti. Mi trovavo bene e mantengo un bel ricordo di quel periodo”.
Mi piace concludere con le parole di altre due lavoratrici, Rosaria e Giovanna: “La GAMA confezioni è stata fondamentale per noi donne in un contesto come la Valsassina perché ha dato un'opportunità di lavoro non indifferente soprattutto a Pasturo. Sono stati anni per noi piuttosto duri perché il lavoro a catena ti logora la mente. Però nel corso degli anni si sono formate e consolidate anche amicizie che proseguono tuttora”.
Guido
IL GRINZONE n.88