TREKKING NELLA VALLE DEL KUMBU

 

Avete presente la Statale 36 in direzione Milano, una domenica sera di maggio?
Ecco, le code che in stagione si formano sul sentiero che percorre la Valle del Kumbu assomigliano abbastanza a quelle lì.
Naturalmente, e ci mancherebbe, senza le auto ma la densità del traffico è simile.



Andiamo con ordine: intanto cos’è la Valle del Kumbu? E’ una valle nepalese che, partendo dal villaggio di Lukla - dove si arriva in aereo od elicottero - porta al Campo Base dell’Everest. Si percorre con un trekking di circa 7-9 giorni (ad andare, un po’ meno per tornare) su un sentiero molto ben mantenuto che porta dai 2800 metri della partenza ai 5364 del Campo Base. Il percorso è alla portata di tutti coloro che sono in buona salute ed hanno una decente preparazione al trekking.

Poi c’è il Campo Base e, da lì in avanti, si può proseguire per la cima dell’Everest solo se si è molto in forma, se si ha esperienza di alta, ma tanto alta, quota e se si è accompagnati da portatori e guide. Insomma, da lì in avanti bisogna essere degli ottimi alpinisti.

O bisognava. Già perché è stata da poco iniziata la commercializzazione di un gas che, pare, consente anche alla peggior schiappa, purché piena di quattrini, di arrampicarsi fin lassù in cima, alla faccia di Hillary, Messner e tutti gli altri che se la sono fatta solo con le proprie forze. Questo porta a dei risultati che (vedi foto sulla vetta all’Everest) insomma… fanno passare la voglia.

Ma in realtà non volevo raccontare di questo ma solo del percorso del trekking fino al campo base, frequentabile da tutte le persone normali.

Fino ad un paio di decine di anni fa, il trekking era un’esperienza riservata a chi voleva impegnarsi in un percorso lungo, faticoso e disagevole.

Per dire, nei lodge (così si chiamano i rifugi lassù) c’era il riscaldamento solo nel locale comune, la sala da pranzo, e solo alla sera. Ed i lodge erano perlopiù fatti di legno.

Le camere - o i cameroni - erano assolutamente a temperatura ambiente, che da quelle parti vuol dire sottozero. Meglio ancora delle camere, stessa sorte avevano i bagni, e non era divertente. Di docce non se ne parlava proprio, d’altronde, come diceva un mio amico, se non ti puoi lavare non ti lavi. Semplice, no? L’effetto, dopo qualche giorno di trekking era, diciamo così, aromatico.

In più il menù che i lodge potevano offrire era quasi esclusivamente costituito dal “Dal Bath” un buon piatto nepalese fondamentalmente composto da riso, verdure e spezie. Buon piatto… il primo giorno, ed il secondo, e pure il terzo… ma, da un certo punto in poi ti veniva, diciamo così, un po’ ad uggia.

Le comunicazioni non esistevano perciò, al mattino presto, uno dei portatori partiva di corsa per arrivare al lodge della prossima tappa e riservare i posti per il gruppo che sarebbe arrivato nel pomeriggio. Il rischio di non trovare da dormire c’era eccome, ma era dovuto al fatto che di lodge ce n’erano relativamente pochi.

L’unico aspetto positivo era che di gente sul percorso ce n’era sì, ma non in una fila ininterrotta.

Oggi le cose sono un po’ cambiate, il percorso è comunque lungo, bisogna ancora fermarsi per acclimatare ogni due giorni (tipo stare fermi un giro, come a monopoli) però… i lodge, che oggi sono un’infinità, sono tutti in muratura, il riscaldamento nelle camere (non ci sono più i cameroni ma solo camere da due) non c’è ancora ma i muri difendono bene, nell’ultimo viaggio non ho mai visto un sottozero notturno. Stessa storia per i bagni dove, però, oggi c’è l’acqua calda per fare la doccia. In qualche caso è pure capitato di avere il bagno in camera!

La cucina dei lodge ormai prevede, oltre all’immancabile Dal Bath naturalmente, anche pizza, brezel, bistecche, una lunga lista di altri piatti ed addirittura la pastasciutta, anche mangiabile, tra l’altro.

Fino all’ultimo lodge lassù in cima a Gorak Shep, che è l’ultimo villaggio a 5000 metri prima del campo base, c’è la copertura della telefonia, si possono fare le videochiamate con WhatsApp! E questo, almeno, ha messo fine alle corse mattutine degli sherpa per riservare i posti. (Mi dicono che la copertura, ormai, c’è fino al campo base). 

In ultimo, la gente… ma quanta ce n’è? (foto Ingresso al parco) La coda di cui si parlava all’inizio è pressoché continua da Lukla fino al campo base, non ci si può sorpassare altrimenti si litiga; c’è dentro di tutto, dal fenomeno che vorrebbe andar su di corsa, all’influencer che ferma tutta la fila perché deve farsi fare la foto mentre finge (purtroppo finge) di essere calpestata da uno Yak all’imbocco di un ponte tibetano (giuro, c’era davvero e noi - tutti noi - fermi in coda ad aspettare pazientemente che finisse).

Dove voglio arrivare con tutto questo? Semplice, le montagne del Nepal sono tra le più belle del mondo (foto Ama Dablam) ma non sono solo l’Everest e le sue vicine. Di altre montagne e valli sotto, dentro od intorno cui camminare ce ne sono in quantità, dall’Annapurna al Makalu, dal Manaslu al Dolpo, dal Lantang alla valle del Mustang e mi fermo qui ma potrei andare avanti per un bel po’.

In tutti questi posti si possono fare trekking spettacolari con strutture di supporto ormai di ottimo livello ma, soprattutto, senza fare la coda e, tra l’altro, portando risorse (leggi: quattrini) in zone dove ne arrivano molto meno che nella, comunque splendida, valle del Kumbu.

 

                                                                                             Marco

 

IL GRINZONE n. 90