Le donne

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Il primo impatto con la poesia è un forte scarto tra il titolo e i primi tre versi, ove non bastasse addirittura soltanto il primo, da solo con il suo «urlo di sirene» che squarcia già la pagina. Si resta sorpresi, disorientati, scossi; si percorre il testo, si legge la data di composizione: 3 ottobre 1935, e la sorpresa diventa storia. Il giorno precedente l’Italia di Mussolini aveva dichiarato guerra all’Etiopia; il 3 ottobre inizia l’attacco.

Antonia pensa alle donne: madri, spose, figlie, fidanzate, sorelle: come avranno accolto la tremenda notizia, roboante di promesse – “un posto al sole” –, ma che strappava loro gli uomini: padri, figli, fidanzati, fratelli? Sembra che lo stesso « urlo di sirene» che attraversa il cielo esca dalla sua bocca, dal suo cuore, confuso con il grido delle donne, uscite dalle loro case a vedere, a salutare.

La prima parte della poesia, infatti, è connotata dalla presenza dei suoni aspri che compongono le parole: sferzanti, stridule, sibilanti; parole che hanno la violenza dello schianto, del frantumarsi di tutte le cose, perfino del cielo: sirene, squadriglia fiammante, il verbo “spezzare” riferito al cielo, come se un fulmine inatteso lo squarciasse; parole come “urlo”, che gettano nell’aria l’angoscia e la paura, il brivido dell’anima e del corpo; e poi quell’aggettivo “fiammante” che dovrebbe suggerire una nota di vita, di freschezza, di bellezza e che invece è fuoco, fuoco che diventerà presto morte di uomini inermi e di uomini fattisi all’improvviso nemici, senza motivo, senza ingiustizie da vendicare. Questa repentinità, questa violenza, questi sibili sono racchiusi nei primi tre versi della poesia. Questa tragedia.

Anche le campane contribuiscono all’atmosfera tragica dell’evento: esse non hanno più alcuna melodia; non sono in alto sui loro campanili a diffondere squilli di gioia, a richiamare la gente per far festa insieme, no; sembrano precipitare, squassate giù dal cielo che si “spezza” e la loro voce è un rantolo, un lugubre rombo di morte.

E le donne, soggetto del testo? Sembrano vivere l’euforia fascista della guerra come vittoria, come guadagno, come grandezza della patria: lo dicono i tricolori, che esse abbracciano come se abbracciassero i loro uomini che sfrecciano nel cielo «in urlo di sirene»; i «loro biondi capelli» sembrano bandiere che si levano nel vento a salutarli, a incoraggiarli. Ma l’illusione è subito smentita dalla coscienza di ciò che è la guerra: passato l’attimo in cui sono costrette ad essere forti, i loro «occhi si chinano spenti», consapevoli del possibile “dopo”; ora esse ritornano ad essere donne vere, che tremano al solo pensiero dei loro amati, e non hanno più alcuna luce negli occhi, ma solo il buio del dolore e della morte. Lontane, vedono con gli occhi del cuore il «primo morto/disteso sotto le stelle».

Quanto forte e aspra è la prima terzina di versi, tanto triste, ma dolce, è l’ultima. Triste: il «primo morto» è un presagio, una sintesi, una certezza; quanti ce ne saranno ancora? Chi potrà contarli? Chi dirà loro l’ultima parola, darà l’ultimo abbraccio? Ma quanto dolce è l’aggettivo «disteso»: il dramma della morte e della morte violenta, si scioglie in questo attributo. Il morto, più che un cadavere, è un uomo che dorme, che ha dimenticato l’ira e l’odio, il terrore e la morte, e ha trovato la sua pace, sotto un cielo non più spezzato dalle sirene della squadriglia, ma ricomposto nella serenità delle origini; è l’Adamo dell’Eden, che riposa «disteso sotto le stelle».

 

                                                                                                    Onorina Dino



IL GRINZONE n.42