Da terra di emigrazione a terra di immigrazione

 Forèst DELLA PASTURO TRA SEI E SETTECENTO


Baudien, Clada, Dias, Forer, Ragon, Rouber, Senauro, Toriz. Non sono certo, questi, cognomi tipicamente valsassinesi né tantomeno, sia pure apparentemente, suonano, di primo acchito, pasturesi. Ma basta compulsare i registri anagrafici della parrocchia di Pasturo o, più semplicemente, sfogliare le pagine di Andrea Orlandi, cui si deve quel bello studio storico sulle famiglie della Valsassina, per rimangiarsi la parola.

Non si tratta - è bene chiarirlo subito - di cognomi vivi e vegeti, autoctoni e di vecchia data, come gli storici e indigeni Bergamini, Cimpanelli, Costadoni, De Dionigi, Doniselli, Merlo, Perondi, Pigazzi, Platti, Ticozzi e Ticozzelli, ma di cognomi forèst, cioè “stranieri”, ormai del tutto scomparsi, che hanno però lasciato traccia di sé nelle pagine ingiallite e polverose dei libri parrocchiali e che, proprio per questo, ci consentono oggi di raccontare un’altra pagina pure in parte nota, ma finora forse non ancora adeguatamente indagata, della storia di Pasturo.

Il borgo ai piedi della Grigna, infatti, è stato, nel corso dei secoli, terra sì di emigrazione - come si è cercato di dimostrare sugli ultimi tre numeri di questo periodico - ma al tempo stesso terra di immigrazione. Non solo, dunque, furono i pasturesi a trasferirsi altrove in cerca di un lavoro più redditizio o di una vita migliore, mettendo a disposizione abilità e competenze commerciali e artistiche in un contesto ricco e cosmopolita quale era quello delle mete dell’emigrazione pasturese, ma anche i forèst che per le ragioni più disparate si trovarono a risiedere, temporaneamente o per alcune generazioni, in quel di Pasturo. Si tratta, in quest’ultimo caso, di famiglie sia provenienti dalle terre limitrofe sia da oltralpe.

Tra i forèst di casa nostra, oltre naturalmente alle famiglie degli altri paesi della Valsassina stabilitesi a Pasturo, possiamo ricordare quelle provenienti dalle terre limitrofe come il Lecchese (i Gattinoni, i Sala, gli Spreafico ecc.), la Brianza (i Brigatti, i Buzzi, i Caglio, i Donghi, i Negri, i Velasca ecc.), la Bergamasca (i Baio, i Balsarelli, i Beltranelli, i Bolis, i Bonaiti, i Cardinetti, i Locatelli, i Mazzoleni ecc.), il Comasco (gli Aliprandi di Laino in Val d’Intelvi, i Cironi della Valsolda, i Castelletti, i Minoretti ecc.), la Valtellina e la Valchiavenna (i Fondra, i Pavoni e i Possabella). C’erano poi i Brizzolari, oriundi del Genovesato, gli Hermano di Lecce e i Luchini della Val Sesia.

Procediamo con ordine. Cosa ci facevano a Pasturo delle famiglie spagnole? La loro presenza è strettamente legata alla dominazione spagnola dello Stato di Milano e quindi anche della Valsassina, durata dal 1555 al 1706. In questo secolo e mezzo i valsassinesi non solo dovettero pagare le consuete esose tasse ispaniche, che comportavano sempre versamenti annuali per gli eserciti al soldo degli spagnoli, ma furono anche costretti, come altre popolazioni locali, ad aiutare le compagnie in transito foraggiandole e ospitandole e a versare ulteriori tributi. All’inizio del Seicento il “soccorso” agli eserciti e alle varie compagnie transitanti sul territorio comportò ingenti uscite, solertemente annotate dai rappresentanti della comunità. Nel 1632 era alloggiato a Pasturo un Francesco Dias, soldato spagnolo di fanteria del capitano don Alonso de Cardonas, con la moglie Caterina; gli nacquero nello stesso anno due bambine, tenute a battesimo, una dal signor alfiere Pietro Fernandez de Spinosa, l’altra dal signor Vincenzo d’Alfiera con la signora Maria Perez. Ai soldati spagnoli si affiancano anche soldati francesi e fiandresi: nel 1638 fu battezzata Elisabetta di Guglielmo Ragon, soldato borgognone sotto il signor colonnello Rincor, e di Elisabetta di Sarna; padrino il sergente Peron; nel 1629 nacque Pietro da Gerardo Baudien, che era “soldato fiandrese a cavallo sotto il colonnello del Monte Cucullo e il capitano conte d’Alpen”, alloggiato a Pasturo; fu padrino di battesimo Marco Molina, madrina Maria Collina, evidentemente non del paese.Tra i forèst d’oltralpe annoveriamo, invece, alcune famiglie di origine spagnola come i Dias, di origine francese come i Baudien e i Ragon, nonché di origine “tedesca” come i Clada, i Forer, i Rouber, i Senauro e i Toriz.

Le famiglie di origine “tedesca” a Pasturo sono legate, invece, all’attività estrattiva molto redditizia in Valsassina: famosi erano i fraini, cioè gli scavatori nelle miniere di ferro, provenienti per lo più dalla Germania e dalla Svizzera.

Elvetici erano, ad esempio, i Forer e i Toriz. I Forer erano in genere svizzeri, per la precisione si tratta di una famiglia patrizia di Poschiavo, originaria però del Liechtenstein e proprio a questo ramo appartiene quel Giovanni Forer, figlio di Baldassarre, che “sposò nel 1672 Lucia Ticozzi, e n’ebbe un maschio e parecchie figlie. Acquistò alcune piccole terre, per un estimo complessivo di soldi 9 e denari 7, le quali, dal 1691 cominciarono a cambiare padrone; e visse fino al 1717. Suo figlio Ambrogio nel 1716 contrasse matrimonio con una Orlandi da Bajedo, ma dimorando a Vigevano, parrocchia di S. Cristoforo. Ignoro se fossero suoi congiunti Battista Isacco e Barbara, che dimoravano a Pasturo nel 1705”. I Toriz, oriundi svizzeri, forse da Disentis nei Grigioni, dimoravano a Pasturo alla fine del Settecento: il cognome ha un’assonanza con Durisch che è un cognome romancio o con Dorizzi (da Doricus) che è un cognome poschiavino DOC.
“Tedeschi” erano, invece, i Clada, i Rouber e, molto probabilmente, i Senauro.

          


Giovanni Clada era un fraino tedesco al servizio di mastro Giovan Maria Marchioni, marito di Eva Hovir (secondo l’Orlandi) o di “Catterina sua moglie” (secondo l’atto di battesimo). Nel 1646 nacque una bambina, “Giovanna Cattarina”, ma dopo tre giorni morirono lei e la madre. Il cognome “Clada” anche se forse in forma diversa (l’ortografia all’epoca era scelta personale e non imposta dai “grammatici”), è tipico della Germania orientale frammista o più a contatto con le popolazioni slave: i cognomi in - a non sono infrequenti e non è da escludere che si tratti di un cognome toponimo. Il cognome “Hovir” corrisponde ai moderni “Hauer”, “Hauwer”, “Hower”, che derivano da “Holzfäller” che significa ‘spaccalegna’, ‘tagliaboschi’, ‘taglialegna’, ‘boscaiolo’. Il cognome “Rouber” risale chiaramente ai >Räuber (come il titolo del dramma in cinque atti di Schiller tradotto in italiano “I masnadieri” ed è un cognome diffuso al nord e al sud della Germania. A Pasturo è registrato l’atto di battesimo di Giovan Maria nato nel 1641 e battezzato il 10 agosto di quello stesso anno: “Gio. Maria, figliolo di Jacomo Rouber del loco di Piansir della Diocesi di Gabera in terra todesca e di Anna Morta… Questo sopra detto Jacomo habita hora in Pasturo esercitando l’arte over esercitio del fraino”. Un vero e proprio rompicapo è rappresentato dai due toponimi citati: “Piansir” e “Gabera”. “Piansir” pare che non esista da nessuna parte. Il toponimo “Gabera”, invece, viene chiosato come “Città degli Allobrogi, in Savoia, che si chiama ancora Aureliana” nelle numerose quanto inaffidabili edizioni dell’Elucidario poetico di H. Torrentino e M. O. Toscanella. Il toponimo è infatti registrato nelle seguenti varianti: “Gabenna” (1561), “Gabena” (1579, 1585, 1644), “Gabera” (1664, 1667, 1671, 1696), “Galera” (1712, 1756). “Aureliana” era detta un tempo la città di Orléans, che “terra todesca” non è. È quindi fortemente probabile che il nostro “Rouber” (nomen omen) fosse, oltre che ladro (questo è il significato del cognome tedesco), anche bugiardo dichiarando false generalità. E per finire a Pasturo nel 1648 Giovanni Senauro ebbe una figlia: secondo l’Orlandi era un fraino del sig. Giovan Maria Marchioni, e forse tedesco. Il cognome “Senauro” può derivare da “Senn” / “Senner” in un tentativo (maldestro?) di latinizzazione: “Senn” e “Senner” indicano una professione alpina di basso rango: ‘capo d’alpe’ o ‘pastore d’alpe’ (il semplice pastore è detto “Hirt”), ‘casaro’, ‘servo che accudisce il bestiame’, ‘mungitore’. Da qui viene il vocabolo moderno “Senner”, ‘malgaro’, “Sennerei”, ‘malga’ in area tedesca meridionale (Alpi e Prealpi), non al nord né al centro.

Queste note dimostrano che “tutto è il risultato di mescolanze e innesti”. È questa, tra l’altro, la conclusione a cui giunge anche il filosofo Seneca in uno scritto consolatorio inviato alla madre Elvia durante l’esilio in Corsica, negli anni quaranta del I secolo d.C. Dopo aver descritto Roma come una metropoli sterminata e multietnica, condensa in poche righe un mondo intero e una storia di secoli: “farai fatica a trovare una terra abitata ancora dagli indigeni: tutto è il risultato di mescolanze e innesti” (Vix denique invenies ullam terram, quam etiamnunc indigenae colant: permixta omnibus et insiticia sunt). Questo vale anche per Pasturo. Ieri e oggi.


                                                                                    Marco Sampietro

 

 

Ringrazio per la consulenza onomastica Gian Primo Falappi e Arno Lanfranchi.


IL GRINZONE n.60